Il Novecento friulano della serie Rai Prima di noi: l’acting coach De Mezzo: «Una bella avventura»
La professionista di Codroipo ha curato la traduzione in marilenghe dei dialoghi: «Abbiamo dovuto scegliere una cadenza più orecchiabile»

Il Novecento è un rifugio confortevole per chi teme le macchinazioni del futuro e il cinema scende con piacere nel secolo turbolento, guerrafondaio e artisticamente inarrivabile per il solito ripasso degli anni migliori, ma è un punto di vista opinabile. “Prima di noi” rappresenta la televisione elegante di quando lo sceneggiato Rai apparecchiava la tavola degli italiani. Cinque serate e dieci puntate, da domenica 4 gennaio in prima serata, con vista sulla famiglia Sartori — il romanzo cartaceo è firmato da Giorgio Fontana — osservata a cominciare dai primi colpi di cannone del 1917 fino alle contestazioni dei Settanta.
Il Friuli accoglie la produzione, anche grazie alla FVG Film Commission-PromoTurismo FVG, offrendo la bellezza di Cimolais e dintorni, un incanto al quale Daniele Luchetti, il regista della serie assieme a Valia Santella, non ha voluto sottrarsi dopo aver lanciato il primo sguardo ai nostri monti.
E qui entra in scena Sara De Mezzo, coach degli attori che hanno affrontato le prime riprese friulane della fuga dal fronte dopo la ritirata di Caporetto. Lei è di Codroipo e, da anni, si dedica alla cura del dialogo, della pronuncia e dei movimenti scenici.
«Sono laureata in lettere e discipline dello spettacolo all’Università di Trieste», racconta. «Il destino, poi, mi ha trascinato a Roma a tu per tu con la realtà del cinematografo, facendomi innamorare di quel mestiere. Esperienze di aiuto-regia in alcuni cortometraggi mi consegnarono sicurezze fondamentali per altri ruoli all’interno del set. Un acting coach è molto ricercato negli States, in Italia si sta ultimamente espandendo per la necessità degli interpreti di avere uno sguardo mentre indossano gli abiti dei loro personaggi».
Un percorso lungo, a quanto pare: sei mesi di riprese.
«È stato esattamente questo il tempo trascorso dal primo ciak all’abbraccio finale fra tutti noi, un’avventura entusiasmante».
La lingua friulana, per esigenze di copione, è comparsa sin dai primi giri di manovella.
«Eh, certo. Leggendo la storia e la sua ambientazione, mi immaginai l’inflessione di Erto e di Casso, per capirci. Idiomi perlopiù montanari perché la location richiedeva altitudine. Guarda caso, spuntò Cimolais e la mia intuizione si rivelò corretta. Ci siamo impegnati a tradurre in friulano tutta la parte che riguardava la protagonista Nadia Tassan (Linda Caridi), e di Maurizio Sartori (Andrea Arcangeli). L’aggiunta inevitabile dei sottotitoli non ha però convinto del tutto la Rai».
Immagino. Se la fiction è ambientata a Napoli, vedi “Mare fuori”, allora è consentito. Non per fare dell’inutile campanilismo, per carità.
«Ha ragione, ma noi siamo nel profondo e poco conosciuto Nord-Est e non abbiamo la forza di altri dialetti — sebbene il nostro non lo sia affatto — ormai diventati di facile ascolto. Tornando alla serie, siamo stati quindi costretti a scegliere una cadenza più orecchiabile, che rappresentasse al meglio la parlata della zona, abbandonando la forza di una lingua aspra. Abbiamo conservato delle “sporcature” come il “mandi”, che è un must regionale, e il buondì, nonché altri usuali nostri modi di esprimerci: un omaggio alla terra che ci ha ospitati. Oltre alla tecnica per la creazione di un’identità c’è bisogno di conoscenza, di uno scavo archeologico nei cosiddetti usi e costumi di un popolo. I friulani sembrano duri come rocce, ma in realtà sono sempre pronti a trovare una soluzione tutti assieme e con determinazione. Non amiamo essere toccati quando parliamo, al contrario di altre popolazioni, diciamo, più espansive».
Quindi la carovana si è spostata in Veneto?
«Assolutamente sì. A Feltre prima e poi a Vittorio Veneto. Il tempo di alcune riprese in zona e siamo scesi a Roma per poi risalire a Torino per le scene conclusive».
Ci tolga una curiosità Sara: ormai si gira tutto in presa diretta?
«Certo. Infatti quando il regista urla “Silenzio!” non è soltanto un modo di dire. A volte, però, la voce si perde per un cambio di posizione e, a quel punto, si rende necessario il doppiaggio. Utile, fra l’altro, per accomodare i difetti del “buona la prima”.
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