Il museo di Salò omaggia Ormenese, l’artista dimenticato
Il MuSa dedica una mostra al pittore e scultore di Prata di Pordenone. Morto nel 2013, è stata una delle figure più originali del panorama italiano. Esposte trenta rare opere su carta e cartone dagli anni Sessanta alla morte

Per quasi vent’anni il mondo dell’arte italiana si domandò che fine avesse fatto. Poi, quando il suo nome tornò a comparire in mostre e cataloghi, molti scoprirono che quel protagonista appartato della ricerca artistica del secondo Novecento non era scomparso: aveva semplicemente scelto il silenzio. Ben Ormenese, nato a Prata di Pordenone nel 1930 e morto a Sacile nel 2013, è una delle figure più originali e meno note dell’arte contemporanea italiana.
Una vicenda che oggi torna al centro dell’attenzione grazie alla mostra antologica “Lo spazio immobile del divenire” , aperta fino al 4 ottobre al MuSa Museo di Salò promossa dalla Civica Raccolta del Disegno di Salò, nata nel 1983, una fra le più prestigiose collezioni di opere su carta in Italia.
Per il pubblico friulano l’esposizione rappresenta anche l’occasione per riscoprire un artista della propria terra che attraversò da protagonista una stagione decisiva dell’arte europea, pur restando lontano dalla notorietà di altri compagni di strada. Eppure il suo percorso si intreccia con alcuni dei maggiori nomi del Novecento.
Dopo aver abbandonato gli studi di Architettura, nei primi anni Sessanta Ormenese si trasferisce a Milano per dedicarsi interamente alla pittura. Sono gli anni in cui il capoluogo lombardo è il centro propulsore dell’arte italiana, luogo di confronto tra artisti, galleristi, critici e collezionisti. Qui sviluppa una ricerca personale che prende le mosse dall’informale ma si orienta presto verso una riflessione sullo spazio, sulla luce e sulla percezione.
Fin dalle prime opere emerge infatti la volontà di superare il concetto tradizionale di quadro. Le sue forme non occupano semplicemente una superficie, ma tendono a generare spazio e a dialogare con l’ambiente. Nascono così i cicli dei “Legni laccati” , dei “Legni bruciati” , delle “Strutture” e delle opere lamellari denominate “Lam” , nelle quali luce e ombra diventano elementi essenziali della composizione.
Fra gli anni Sessanta e Settanta la sua carriera conosce una rapida affermazione. Espone alla Galleria Blu, alla Vismara e alla Falchi di Milano, partecipa ad Art Basel e presenta lavori in Italia e all’estero.
Nelle mostre collettive il suo nome compare accanto a Lucio Fontana, Agostino Bonalumi, Marina Apollonio, Alberto Burri, Jean Arp, Max Bill e Mario Nigro. Un contesto che restituisce la statura dell’artista friulano e il valore della sua ricerca, collocata nell’area dell’arte oggettuale e percettiva nata all’indomani della rivoluzione spazialista.
Anni dopo, ricordandolo in una conversazione con Leonardo Conti, Agostino Bonalumi lo definirà senza esitazioni «uno dei più bravi di noi».
La parabola di Ormenese prende però una direzione inattesa alla fine degli anni Settanta. Una grave crisi personale e professionale lo induce a distruggere gran parte delle opere conservate nel suo studio milanese in un silenzioso falò notturno. Subito dopo lascia Milano e si ritira a Sacile.
Non è un addio all’arte, ma una presa di distanza dalle dinamiche del sistema artistico. Per quasi vent’anni il suo nome scompare dal dibattito culturale, mentre lui continua a lavorare lontano dai riflettori.
Riemerge sulla scena, alla fine degli anni Novanta, grazie all’impegno della Galleria PoliArt di Bologna e dello storico e critico Leonardo Conti. Da quel momento riprende l’attività espositiva e viene invitato in importanti rassegne dedicate all’arte cinetica e programmata. Espone a Roma, Praga, Innsbruck, Palermo, San Pietroburgo, Lubiana e in numerose sedi museali italiane.
La sua ricerca appare ancora più radicale. Il tema della luce diventa centrale. Attraverso cartoni di cotone lavorati con estrema precisione, Ormenese realizza opere nelle quali il colore, le ombre e le variazioni luminose costruiscono spazi in continuo mutamento.
Nascono i cicli delle “Fluttuazioni”, delle “Levitazioni” , dei “Teatrini” e infine il “Periodo bianco”, ultima e sorprendente stagione creativa. Continua a esporre in prestigiosi contesti internazionali, nel Nordest è del 2000 è la mostra allo Studio GR di Sacile di Giovanni Granzotto, del 2003 nel Museo nazionale di Villa Pisani a Strà, fra il dicembre del 2004 e il gennaio del 2005 l’antologica nella Villa Brandolini di Solighetto a Treviso.
La mostra di Salò, curata da Anna Lisa Ghirardi e Leonardo Conti, riunisce una trentina di rare opere su carta e cartone realizzate dalla metà degli anni Sessanta agli ultimi anni di attività.
Il percorso segue l’evoluzione dell’artista attraverso assemblaggi, collage, studi cromatici, strutture e lavori dedicati alla luce. Sono presenti anche testimonianze sopravvissute al celebre rogo che segnò la sua esistenza.
Il titolo dell’esposizione sintetizza il cuore della sua poetica. Lo “spazio immobile” è quello dell’opera, il “divenire” è invece affidato alla luce, allo sguardo, alla percezione. Per Ormenese l’opera non è mai un oggetto statico, ma un campo di relazioni in cui luce, colore e spazio mutano costantemente davanti allo sguardo di chi osserva.
A oltre dieci anni dalla scomparsa, questa antologica restituisce dunque il profilo di un autore che merita un posto più riconosciuto nella storia dell’arte italiana del secondo Novecento.
E ricorda come una vicenda artistica di respiro internazionale abbia avuto origine in un piccolo centro del Friuli occidentale, Prata di Pordenone, dove iniziò il cammino di un artista schivo e rigoroso che preferì la fedeltà alla propria ricerca più che inseguire il successo.
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