Il miscuglio delle lingue, Parigi celebra il pensiero della filosofa friulana Rosi Braidotti
La studiosa originaria di Latisana da giovedì 15 gennaio protagonista alla Sorbona: «Credo nell’Europa, Trump ci attacca perché siamo forti»

Il pensiero di Rosi Braidotti cammina con lei, ma anche attraverso le nuove generazioni. Le sue riflessioni si muovono e smuovono. “Rhizome Rosi” è il titolo del prestigioso convegno internazionale, organizzato da Universite Paris 1 Panthéon Sorbonne, con numerose e autorevoli collaborazioni, che si svolgerà alla Reid Hall, Columbia University Global Center di Parigi, il 15 e 16 gennaio.
Ricercatori, artisti e professionisti daranno vita a un incontro intergenerazionale partendo da riletture, riprese, estensioni contemporanee del pensiero della filosofa originaria di Latisana, professoressa all’Università di Utrecht, dove è stata anche direttrice fondatrice del Centro per le discipline umanistiche, autrice di numerosi saggi e libri, tradotti in ventisei lingue.
Braidotti occupa un posto centrale nei dibattiti su femminismo, post-umanesimo, soggettività nomadi e critica delle pratiche di produzione della conoscenza. Da anni è impegnata contro il dominio delle identità granitiche a favore della diversità e della solidarietà intergenerazionale.
Come ha accolto la notizia di un convegno sul suo pensiero?
«È bello che parta dai giovani. È bello che sia organizzato dalla mia facoltà, Parigi 1, la vecchia Sorbona, dove ho conseguito la laurea in dottorato, e che si svolga alla Columbia University, che è stata la sede del mio primo lavoro. Dalla Reid Hall sono poi andata in cattedra a Utrecht. Emotivamente è significativo: è un cerchio che si chiude».
Saranno giornate di confronto fecondo. Questo dimostra che il suo pensiero cammina, lavora, agisce…
«Il mio pensiero cammina e prende tante strade. Sono io a rincorrerlo e a chiedergli stupita dove stia andando, illuminato dalle nuove generazioni. È così che si cambia il mondo. Sono onorata e gratificata. Voglio diventare una brava antenata, con una vita alle spalle ricca di incontri, libri, studi. Voglio rincorrere la mia eredità, guardarla andare. La vecchiaia è incredibile, se gestita in modo affermativo, senza negarla, senza voler dimostrare di essere ancora in forma e voler esserci e fare a tutti i costi».
Come è messa “la vecchia Europa”?
«Io sono della vecchia Europa. È qui che voglio essere e che sto bene. Sono federalista europea, cioè davvero europeista. Non credo che l’Europa sia indebolita, fiacca, “vecchia” come dice Trump. A Siamo forti come mercato ed è per questo che Trump vuole distruggerci. Purtroppo 191.000 persone hanno lasciato nel 2024 l’Italia. Eppure credo nel sentimento dell’Europa. Ci credo, anche se qui in Olanda, dove vivo, abbiamo ricevuto dépliant che ci preparano alla guerra e ci invitano a organizzarci in casa con il pacchetto d’emergenza: filtro per l’acqua e per l’aria, minigeneratore, pile, scorte d’acqua. L’operazione è scattata qualche mese fa. L’Ucraina è vicina e basta poco».
Nel titolo del convegno c’è la parola chiave “rizoma”. Un approccio?
«Il rizoma è un modello di crescita non aggressivo, non coloniale. È un fusto perenne, invisibile, sotterraneo, non lineare, non verticale. È orizzontale, va in tutte le direzioni, a zig zag. È un nomade. È il concetto del nomadismo applicato alla biologia. Ed è anche un approccio. Un invito a ragionare sovvertendo la gerarchia verticale a favore di un’orizzontalità che sembra piatta, ma in realtà è complessa».
Anche le lingue sono rizomatiche? Attraverso esse il suo pensiero è arrivato in tutto il mondo…
«In primavera mi hanno invitato a Oxford per parlare del mio lavoro filosofico e del mio romanzo “Il ricordo di un sogno”, edito nel 2025, che per l’occasione dovrò tradurre almeno in parte. Il miscuglio delle lingue è connesso al pensiero nomade che sarà al centro del convegno internazionale di Parigi».
Le nuove generazioni hanno a cuore l’emergenza ambientale. Recentemente lei è intervenuta, da latisanese, sull’irrisolto dibattito che vede al centro il fiume Tagliamento…
«In un’epoca in cui si va dalla siccità alle alluvioni con bombe d’acqua devastanti, è necessario mettere in sicurezza le popolazioni, perché il cambiamento climatico inasprisce il problema. L’acqua fangosa non perdona. Penso a quanto è successo a Cormons. In Olanda si affronta la questione delle acque con consapevolezza e lucidità. In Friuli prevalgono a volte le ideologie e le mistificazioni».
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