Massimo Popolizio arriva al Giovanni da Udine: «Il teatro affronta la vita senza filtri»
L’attore, che ha già debuttato al Toniolo di Mestre, va in scena al Teatrone con “Ritorno a casa”

Pinter può attendere, nel senso che l’incipit della conversazione con Massimo Popolizio coinvolge il Teatro, una partenza imposta dalla lunghissima carriera dell’attore genovese. «Nei prossimi anni ci sarà meno prosa in cartellone: andare in tournée costa sempre di più, mentre paghe e rimborsi hanno parametri antichi. E la previsione è fatta», spiega lui a poche ore dal debutto al Toniolo di Mestre.
L’arrivo al Giovanni da Udine di “Ritorno a casa”, uno dei pilastri della narrazione di Harold Pinter è previsto per oggi martedì 13, in replica fino al 15 (alle 20.30 si spegneranno le luci in sala, ma giovedì il sipario si aprirà alle 19.30). Altre due note da segnare in agenda: l’incontro con il professor Peter Brown — il 13 alle 17.30 al Nuovo — e mercoledì 14, stessa ora, il consueto “a tu per tu” con la compagnia.
Popolizio, quindi: si diceva dello spegnersi pian piano del girovagare degli artisti.
«Il pubblico risponde bene, va detto, le statistiche danno il palcoscenico in ascesa dopo l’arresto imposto dal Covid, però bisogna capire chi fa le previsioni. Spesso i protagonisti sul proscenio rappresentano l’immagine di cinema e tv, funziona così. Soltanto in questo modo è possibile fare cassa, altrimenti è dura».
C’è un altro Pinter nel suo passato: “Tradimenti” con la regia di Cesare Lievi, che a Udine fu direttore artistico, fra l’altro. Stavolta, invece, dirige lei. È attratto da questo commediografo?
«Lo trovo singolare e capace di dare un tocco d’ironia alla tragedia. Nel 1959 Eduardo scrisse “Sabato, domenica e lunedì” dove un ragù stempera un finto tradimento di una moglie con il vicino di casa; una cosetta familiare leggera. Cinque anni dopo il londinese Pinter produrrà “Ritorno a casa”, appunto, una trama acida e cattiva con una famiglia al centro del palco, ma i toni sono decisamente diversi. Bisogna sfatare il fatto che Pinter sia etichettato come un autore incomprensibile: richiede attenzione e partecipazione, questo sì. Harold era un anarchico e non gli fregava nulla di niente».
Diamo un’occhiata a che succede?
«Il figliol prodigo, che si è emancipato in America, decide di tornare da babbo e fratelli, dei tipi piuttosto strani, per presentare loro la moglie Ruth. L’intrusione scompiglierà il precario ordine patriarcale di uomini soli in un disordinato appartamento. Non è quel che si dice gente per bene. Se fosse un film sarebbe diretto dai fratelli Coen, il che chiarisce il senso di questo infelice groviglio di umanità. Però, in tutta ‘sta acidità si ride, anche nelle situazioni più estreme. Pinter è così. Ricordiamoci l’utilità del grottesco: ci permette di vedere il mondo da un’altra angolatura, smorzando le sofferenze».
Non è un testo governativo, a quanto pare.
«Per nulla. Lontano mille miglia da Dio, Padre e Famiglia. Il teatro ha bisogno di onestà, affrontare a muso duro la vita senza filtri. Sa quali repliche vanno meglio? Quelle pomeridiane, frequentate perlopiù da persone mature che non sobbalzano affatto sulla sedia perché scocciate dalle frasi scurrili presenti nel copione, macché. Anzi, ci ridono sopra. Che poi: ha presente la volgarità degli anni Sessanta? Nulla a che vedere con le sconcezze odierne dei social. Quindi, ribadisco: è un errore considerare metafisici i suoi testi. È un errore tipicamente italiano spesso dovuto a cattive traduzioni. Le sue sono opere concrete, grottesche e aspre. E le famose “pause pinteriane” non significano vuoti astratti, bensì momenti funzionali all’azione scenica».
Le va di ricordare la sua lunga convivenza teatrale con Luca Ronconi?
«È stata una fortuna immensa lavorare assieme a lui e al fianco dei giganti della scena quali Orsini, Melato, Graziosi e tanti altri. Un’esperienza che mi ha trasmesso un’idea di teatro di levatura altissima, purtroppo oggi quasi scomparsa».
Una mia curiosità che da venticinque anni non ha una risposta, perdoni. Ora, finalmente… Dunque, Tom Cruise in “Eyes Wide Shut” di Kubrick, ha la voce di Massimo Popolizio e non quella conosciuta di Roberto Chevalier. Cosa accadde?
«Come sapete il maestro americano morì prima della fine del film, che fu concluso da Steven Spielberg. Il direttore del doppiaggio Mario Maldesi allora pretese esclusivamente voci teatrali per evitarne altre associate alla pubblicità. E propose un concorso, che io vinsi».
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