Mario Lizzero e la prigione fascista: ecco le “Memorie di un sovversivo”

Flavio Fabbroni ha ricopiato il testo del leader del Pci friulano. «Resto convinto che tutti quei sacrifici non sono stati vani»

UDINE. Un libro atteso e finalmente presto disponibile. S’inititola “Mario Lizzero. Memorie di un “sovversivo” 1928-1943”. Il testo del leader comunista scomparso l’11 dicembre del 1994, ricopiato e adattato da Flavio Fabbroni, sarà preceduto da un profilo biografico scritto da Alberto Buvoli. L’opera è curata dall’Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione in collaborazione con l’Anpi di Udine e col sostegno della Fondazione per il Riformismo nel Fvg. Uscirà a giorni.

«Lizzero – ci racconta Fabbroni – tentò senza successo di pubblicare le sue memorie a Roma, con Editori Riuniti; memorie che arrivarono all’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione alla fine degli anni Ottanta, mentre l’Archivio Lizzero fu acquisito in parte negli anni Novanta e in parte nel 2005». La narrazione è fluida, diretta, accattivante. Per chi, come Fabbroni, ha conosciuto Mario, non è una sorpresa: lui era così, preciso, serio, lucido, ma al tempo stesso autoironico, spontaneo, spiritoso (e nella quotidianità addirittura «spiritosissimo»).

Anche ironico e critico, all’occorrenza, ma senza mai cedere al livore, come dimostra la descrizione delle carceri fasciste: non v’è dubbio che fossero alquanto dure, ma talora, paiono quasi ingenue rispetto a quelle naziste. Basti dire che i detenuti potevano il più delle volte leggere e studiare, uscendone colti e preparati. Assieme alla solida unità e solidarietà fra detenuti politici, poi, non mancarono momenti di tensione, come quelli descritti nell’interessante capitolo “L’espulsione”.

Il racconto di Lizzero termina purtroppo all’inizio della lotta di Liberazione, lasciando fuori la parte più rilevante della sua vita (dalla lotta resistenziale in poi); nondimeno, costituisce una testimonianza vibrante di coraggiose scelte antifasciste.

Nell’inverno 1928/29 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista e, nella primavera del 1930, al Partito comunista d’Italia. Nell’autunno del 1928 il Pci clandestino a Cividale faceva perno su figure di spicco quali gli operai Giovanni Fiorese, Edoardo Tosoratto, Norino Sclausero e Fermo Bier: uomini di cultura e di spessore morale, dai quali il giovane Lizzero, autodidatta, ricevette esempi e insegnamenti per partecipare alle iniziative politiche organizzate nei primi anni Trenta.

«Il mondo dobbiamo cambiarlo noi», esclamava Fiorese. E c’era la convinzione che il fascismo sarebbe presto caduto: «Benòn, benòn, tant Mussolini nol dure tant!», ci si diceva tra friulani antifascisti. Quando il bibliotecario del carcere di Perugia chiese a Lizzero: «Sei qui per delle illusioni… Perché fate questa lotta?», si sentì candidamente rispondere: «Perché vogliamo buttare giù il regime fascista e dare la libertà a tutti!».

Le memorie entrano nel vivo con l’arresto del 26 ottobre 1932, quando Lizzero era appena ventenne. «Ah! Sei tu dunque il sovversivo! Vedi bene che non ce l’hai fatta, bolscevico!»: così, con questa invettiva di un commissario di polizia, iniziò una piccola epopea. A Udine fece le prime dure esperienze di umiliazioni, interrogatori, percosse, freddo, fame… Tutte cose che, assieme ad altri maltrattamenti, proseguirono per lui e per numerosi compagni in altre località (in un caso con esito tragico: la morte del giovane Fernando Fornaciari).

«Resto convinto che tutti quei sacrifici non sono stati vani», assicurava Mario. «Lo spirito deprimente che sovrasta questi tempi non potrà abbattere o sradicare dalle coscienze della gioventù l’aspirazione a un mondo migliore di questo». Parole che suonano quanto mai attuali e urgenti.
 

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