Marina Massironi porta in Friuli il suo Otello: «Con sarcasmo e satira riflettiamo sull’oggi»
L’attrice protagonista per l’Ert a Polcenigo e San Daniele: «Il primo film con il Trio? Un entusiasmo contagioso»

L’Otello può essere scespiriano oppure verdiano. C’è una terza via che non rifugge affatto dall’originale, ma lo rilegge con acume e spensieratezza. Il teatro è taumaturgico: guarisce, trasforma, ricuce. “Ma che razza di Otello?” è una performance per attrice, Marina Massironi, e arpa, Monica Micheli, scritta da Lia Celi, con la regia di Massimo Navone, in transito friulano grazie all’Ert: domani, giovedì 9, sarà a Polcenigo e venerdì 10 a San Daniele.
«Lia – spiega Massironi – è una giornalista, umorista nonché un’appassionata melomane. È uno spettacolo con un bel po’ di anni sulle spalle, ma capace di non appassire per la tenuta stagna dei suoi temi portanti, sempre attuali che creano un cortocircuito con l’attualità».
La forza dei classici: non invecchiano mai come il ritratto di Dorian Gray.
«Senza dubbio. Attraversiamo le tematiche del Bardo con uno sguardo leggero e disincantato, ricorrendo - quando serve - al sarcasmo e alla satira politica per tracciare paralleli con le questioni odierne. Offriamo una divertente riflessione e, questo, è il nostro proposito primario».
C’è una definizione che riassume il senso dello spettacolo?
«È una “rapsodia per attrice ed arpa” con arrangiamenti inediti. La musicista Micheli ha riarrangiato le melodie di Verdi per sola arpa, un lavoro complesso che introduce elementi di originalità e inattese incursioni musicali nel contemporaneo. Scenicamente tutto è essenziale: le postazioni sono due. Una fissa, per via dello strumento impegnativo, mentre io alterno leggio e narrazione, muovendomi in un campo che conosco: la caratterizzazione dei personaggi».
Un progetto con una decisa impronta femminile.
«Diciamo quasi interamente. Lia, io e Monica con il “povero” Massimo Navone alle prese con tre donne. È un regista piuttosto paziente e spiritoso. L’intento è rendere omaggio alle tante Desdemona che ci circondano, provando, simbolicamente, a salvarle».
Possiamo riassumere in pochi snodi le tensioni dell’opera?
«La gelosia è il motore della tragedia; poi Iago, che incarna l’inganno e la manipolazione; quindi l’amore e il tradimento — il rapporto fra Otello e Desdemona mostra come la fiducia possa essere corrotta —; Otello straniero a Venezia e, infine, il contrasto fra apparenza e realtà: ciò che sembra vero spesso non lo è».
Il teatro è stato il primo amore, Marina?
«Infinita è la libertà che mi concede la prosa. È gratificante vedere le sale piene, specialmente dopo la pandemia, segno di un bisogno collettivo di condivisione e partecipazione. Il teatro è un pensatoio, un atto di resilienza nell’epoca della distrazione digitale. Abbiamo tutti noi artisti una grande responsabilità nell’aiutare il pubblico a leggere meglio la vita».
“Tre uomini e una gamba” è stato il suo esordio cinematografico. Che cosa ricorda di quell’avventura?
«Ciò che ancora resta nei miei pensieri è il clima di stupore nel quale giravamo, una felicità condivisa dall’intero cast. Nessuno avrebbe scommesso un penny su un destino da cult movie. Figuriamoci. Io mi sentivo fortunata di appartenere a un sistema del tutto nuovo per me. Il primo ciak lo abbiamo girato sull’Aventino ed ero emozionata come una bimba. C’era un magnifico clima di entusiasmo contagioso».
Conoscendo Aldo, Giovanni e Giacomo s’immagina grande spazio all’improvvisazione…
«Si potrebbe supporre, è vero, ma non è stato così. Il rigore era necessario per assecondare le esigenze del direttore della fotografia, che ci richiamava spesso all’ordine».
Torna alla mente “Mai dire gol” e il suo “rabbrividiamo”. Una televisione oggi sommersa.
«Era una grande factory, in cui nascevano spontaneamente generi e personaggi iconici. Si avvertiva uno scambio continuo di idee supportate dal coraggio della sperimentazione. Altresì oggi si respira una certa paura: l’ansia dello share condiziona tutto». —
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