Marconi: Man Ray borghese senza riservatezza

Parla il grande gallerista milanese che oggi sarà a villa Manin per la presentazione del catalogo

UDINE. «Era il 1968 ed Enrico Baj mi invitò a Parigi, dove aveva da poco aperto un atelier. Mi disse “Vieni a conoscere Man Ray, è come Duchamp, ma a differenza di lui, questo qui parla”.

Giorgio Marconi, il grande gallerista milanese a cui si deve l’ottanta per cento delle opere esposte alla mostra in corso a Villa Manin, ricorda così la nascita del lungo sodalizio con l’artista surrealista, in attesa di partecipare oggi come ospite d’onore alla presentazione del catalogo della mostra assieme allo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle.

E con Giorgio Marconi, allora trentottenne, il settantacinquenne Man Ray parlò a lungo, per quasi otto anni, condividendo assieme a lui le atmosfere animate dei bistrò della Rive Gauche e ospitandolo nella sua bizzarra casa parigina. «Abitava in un cortile, un cortile ricoperto da una grande vetrata, come una fabbrica, per cui era tutto illuminato. Ma quando pioveva il rumore era tale che non si riusciva a parlare. Allora Man metteva un disco jazz sul grammofono e si aspettava che spiovesse. All’interno non c’era privacy, le stanze non esistevano, le pareti erano delle tende, persino al gabinetto. Sembrava un’accampamento, ma lui lo aveva voluto così e ogni cosa era allestita in maniera intelligente. Man ambiva a una sorta di non riservatezza che chiamerei borghese».

Stava nascendo una grande amicizia, unica e irripetibile, di tipo commerciale certo, ma soprattutto intellettuale, tra il giovane gallerista e l’anziano inventore di oggetti.

«La prima volta sono uscito da lì con un pacco di quadri chiuso con la corda, come se li avessi comprati al marché aux puces. Lui era felice. Mi raccontava dei suoi anni parigini prima della guerra e, mentre parlava, tirava fuori un oggetto o un quadro da un bugigattolo e mi diceva contento, “Ti piace? Lo vuoi?”».

Sorride divertito Marconi, nel rievocare situazioni e ricordi. «Gli anni d’oro erano lontani per lui, ormai era fuori contesto come artista e lo sapeva. Al suo rientro dopo la guerra c’era stato l’Informale, un movimento con cui lui non c’entrava niente. Da un lato lui surrealista, provocatore e inventore, dall’altro solo nubi, la dimostrazione di un dopoguerra lacerato, una tabula rasa».

Marconi acquista le opere di Ray a basso prezzo, un po’ perché l’artista conosceva il proprio valore in quegli anni, un po’ perché non aveva problemi di denaro e un po’ per uno scarso attaccamento alle cose. «È così. Per lui era importante il pensiero. Poi i sogni, le parole. In sostanza il mondo dell’arte in assoluto». Durante le ore passate assieme e le cene nei bistrò Ray dà a Marconi anche consigli utili su altri artisti giovani di quegli anni, aiutandolo a investire nella direzione giusta. “Conosceva tutti e mi indicava questo e quello”. Era dunque lucido anche da anziano? “Si sempre, fino alla fine. Anche se non l’ho visto morire, sono andato subito a casa sua e l’ho visto sdraiato sul letto con la moglie americana vicino, la Juliet. Ho avuto una forte commozione perché era come se fosse partito uno di famiglia. E poi, un attimo dopo, lo guardai- aggiunge divertito - e mi parve per nulla turbato di non esserci più”. Felice dell’esito della mostra friulana - “so che sta andando molto bene ed è importante che questo evento si stia svolgendo in provincia, lontano dai grandi centri”- Marconi si dice pronto a ritornare in Friuli. “Ho fatto parecchie estati in Friuli, nelle zone di montagna. Mi è sempre piaciuto il vostro cibo e naturalmente il vino e poi il vostro modo di vivere, così diverso dalla milanesità in cui sono immerso”.

Melania Lunazzi

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