Lo sceneggiatore Marco Tullio Giordana: «L’Italia ha dei maestri nell’arte di sceneggiare»

Domenica al Parco Coronini Cromberg di Gorizia il regista riceverà il riconoscimento Opera d’autore del Premio Amidei

Gian Paolo Polesini

Nel cinema di Marco Tullio Giordana la scrittura non è soltanto una costruzione di dialoghi e di intrecci, ma l’architettura morale del racconto, il luogo in cui la ricerca storica, la responsabilità civile e l’emozione cinematografica trovano un insolito equilibrio.

Il Premio Amidei di Gorizia (fino a mercoledì 22 l’edizione numero 45) quest’anno lo celebra, premiandolo domenica 19 alle 21.15 al Parco Coronini Cronberg con il riconoscimento “Opera d’Autore”, che gli sarà consegnato da Luigi Lo Cascio. Il regista e sceneggiatore di pellicole da cineteca — Pasolini, un delitto italiano, I cento passi (è prevista la proiezione di una copia restaurata al termine della cerimonia), La meglio gioventù, Romanzo di una strage — incontrerà il pubblico alle 18, in sala 2 al Kinemax, durante un’intervista a cura di Eleonora Degrassi.

Ricevere il Premio Amidei significa riportare l’attenzione su una figura fondamentale del cinematografo: quella dello sceneggiatore.

«Ho conosciuto Sergio Amidei quand’era uno dei padri del neorealismo. E non aveva quell’atteggiamento altezzoso di chi pensa: “Io ho fatto la storia, adesso vediamo voi”. Un uomo brusco, perfino burbero, certo, ma curiosava la gioventù con attenzione. Questo è il suo comportamento che conservo con piacere. Non faceva sconti, però aveva voglia di capire chi sarebbe arrivato dopo di lui».

Eppure i fabbricanti di storie restano i grandi invisibili.

«È vero. L’attenzione viene quasi sempre assorbita dal regista e dagli attori, mentre dietro ogni film c’è un lungo lavoro di drammaturgia. Io sono stato fortunato perché ho imparato dai migliori. Quando arrivai a Roma, senza conoscere nessuno, sgobbavo come assistente di Rodolfo Sonego, l’autore preferito da Alberto Sordi. La terminologia cruda di allora era “negro”. Anzi, per la precisione, io lo ero di Leone Colonna, a sua volta “negro” di Sonego. Facevo ricerche, prendevo appunti, osservavo. Lui, come Tonino Guerra, apparteneva a una generazione di sceneggiatori che raccontavano i film passeggiando per la stanza. Tu dovevi ascoltare e trascrivere. Si trattava di un procedimento antico, orale, che ricordava i poemi prima che venissero scritti. Guardando quei maestri s’imparava davvero il mestiere».

Quanto cambia una sceneggiatura appena si passa dal tavolo di scrittura al set?

«Più di quanto si immagini. La struttura del racconto rimane, ma i dialoghi cambiano continuamente. Una frase che sulla carta funziona, in bocca a un attore può risultare troppo letteraria o artificiosa. A quel punto bisogna ascoltarlo e lasciare che faccia propria quella battuta. Anche l’improvvisazione può diventare preziosa, purché il regista sappia governarla e mantenerla dentro il ritmo del film».

Lei ha raccontato spesso la memoria italiana, da La meglio gioventù a I cento passi. La settima arte conserva ancora una funzione civile?

«Credo proprio di sì, anche quando l’intenzione non è quella. Il cinema testimonia il tempo in cui si forma. Rivedendo un film dopo vent’anni non osservi soltanto i personaggi: ritrovi le città, le automobili, i comportamenti, il modo di vestirsi, perfino l’aria di un’epoca. Poi dipende dalla sensibilità di chi gira decidere se riproporre soltanto una vicenda privata oppure anche il contesto storico e sociale che la avvolge».

I cento passi continua a essere proiettato nelle scuole e a parlare ai ragazzi.

«È un fatto che sorprende. Mi chiedono di incontrare gli studenti e noto, dopo l’entusiasmo iniziale, che restano affascinati dalla figura di Peppino Impastato. Perché lui non appare come un supereroe. È una persona normale, umile, che non impartisce lezioni e non si crede migliore degli altri. Sergio Amidei diceva sempre: “Non sentitevi mai superiori ai vostri personaggi”. È una frase che mi accompagna ogni volta che lavoro. L’imperfezione li rende vicini, consanguinei, comprensibili».

Entriamo nel mondo di Pier Paolo Pasolini?

«Per me è stato un riferimento fondamentale. Ho amato le poesie, i romanzi e, naturalmente, i film. Quando con Stefano Rulli e Sandro Petraglia decidemmo di celebrarne la morte, in realtà volevamo raccontare la sua vita attraverso quell’evento. Pensai che la scomparsa di Pier Paolo avesse stordito persino i suoi avversari, perché persero un interlocutore indispensabile. Pasolini polemizzava, certo, e costringeva tutti a pensare. Oggi invece assistiamo a un dibattito fatto soltanto di insulti. È una differenza enorme».

In Sanguepazzo notammo una magnifica interpretazione di Monica Bellucci. Senza piaggeria, ma il merito è tutto suo!

«Monica ha eccezionali doti comiche e, comunque, è fondamentale cucirle addosso un ruolo che la esalti, altrimenti si rischia di farle un danno. Sul set la Bellucci è seria e soprattutto generosa, glielo garantisco».

Resiste la sua passione per le automobili d’epoca?

«Mi piace guidare auto che hanno venti o trent’anni sulla carrozzeria. Ti obbligano a rallentare, a scegliere le vecchie strade invece dell’autostrada. È un altro modo di viaggiare e forse anche di guardare il mondo. Dovremmo tutti riappropriarci di quel ritmo lento».

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