Luzzatto, uno dei 12 docenti che non obbedirono al Duce

Sessant’anni fa moriva Fabio Luzzatto, ebreo udinese, figura di assoluto rilievo fra coloro che hanno lasciato un’impronta nella storia della nostra regione e non solo. I suoi nonni, genitori, zii, fratelli e cugini figurano tra i friulani illustri del Risorgimento e concorsero in vario modo alla crescita dell’Italia unita.
Diplomatosi nel 1886 allo Stellini (da qui il suo interesse per le opere sia di Jacopo Stellini sia dello storico preside Francesco Poletti), si laureò con lode in Diritto civile a Bologna nel 1890. Nel 1895, appena venticinquenne, divenne professore straordinario all’Università di Macerata.
Cresciuto nel solco della massoneria risorgimentale, fautore del libero pensiero, spinto da un’intensa passione politica d’indole democratico-repubblicana, privilegiò un attivismo di stampo mazziniano che, soprattutto nel caldo 1898, gli attirò non pochi guai, sino all’accusa di propaganda sovversiva: tuttavia, grazie alle doti di fine giurista e all’ottima fama di cui godeva, provò che la sua non era una lotta violenta.
Nel 1901 fu nominato docente del Regio Istituto tecnico Cattaneo e, nel 1909, della Scuola superiore di agricoltura a Milano, dove, fra le altre cose, esercitò l’avvocatura, si affermò come pubblicista, collaborò con l’Università Popolare e con la Società Umanitaria. Volontario nel 1915-18 nell’8° reggimento Alpini di Udine, decorato, giunse al grado di capitano e fu portavoce del disagio dei reduci.
Il suo credo irredentista non lo condusse al fascismo, del quale invece vide subito i pericoli: perciò, nello sforzo estremo di riunire le forze d’opposizione, fu in prima linea nell’Associazione italiana per il controllo democratico. Vittima di perquisizioni, attentati e complotti, dal 1925 fu stabilmente sorvegliato dall’Ovra e, verso la fine del 1930, subí un arresto.

Nel 1931, poi, il regime pretese dai circa milleduecento accademici italiani un giuramento ideologico di fedeltà, pena la fine della carriera. Solo dodici docenti si rifiutarono, in nome della libertà di ricerca e di insegnamento; fra costoro Fabio Luzzatto, che disse: «Poiché il sottoscritto non è di fede fascista, sarebbe una menzogna giurare quello che egli non crede». Ancora, nel 1939, in piena legislazione antiebraica, gli fu impedita perfino la libera docenza e fu radiato dall’albo degli avvocati insieme con il figlio Dino, mentre la figlia Gina dovette lasciare la facoltà di Agraria.
Due anni prima era stato condannato al confino il figlio Lucio Mario, dirigente del Centro interno socialista, poi membro attivo del Movimento federalista europeo. Durante le persecuzioni razziali Fabio riparò in Svizzera con la moglie Luisa Sanguinetti (figlia del senatore Cesare) e i quattro figli (ricordiamo anche Guido Lodovico, cui è intitolata una Fondazione a Milano); tuttavia, non rimase inattivo, ma continuò a divulgare copiosamente le proprie riflessioni. Dopo la guerra, reintegrato nei titoli usurpatigli dal fascismo, non fece mancare il suo apporto all’Italia finalmente libera, democratica, repubblicana.
«La mia religione - disse nell’ultimo discorso pubblico - non ha dogmi né intolleranze»: vive nella morale del «bene degli altri» e si dedica con l’impegno politico a quanti «devono essere liberati dalla servitú del bisogno». Morí a Milano, ma i suoi resti riposano a Udine, accanto a quelli dei parenti piú stretti.
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