“La benandante”, un viaggio sul confine tra il corpo e lo spirito
È arrivato nelle librerie il secondo romanzo di Chiara Polita,una storia di misteri familiari che affonda le sue radici nel folklore friulano. La presentazione domani in biblioteca a Pordenone per Dedica incontra

Dopo aver dedicato alla Resistenza nel Veneto orientale il sorprendente esordio, Di fulmini e tempesta, Chiara Polita si sposta di pochi chilometri per raccontare, in La benandante (Marsilio, 432 pagine, 19 euro), una storia di misteri familiari che affonda le sue radici nel folklore friulano. Ambientato tra le risorgive del Friuli occidentale e la Venezia di fine Ottocento, il libro segue il viaggio esistenziale della giovane Lene, chiamata a confrontarsi con un dono antico e carico di responsabilità. Il romanzo verrà presentato giovedì 29 alle 18, nella Sala Teresina Degan della Biblioteca civica di Pordenone. L'autrice dialogherà con Claudio Cattaruzza nell'ambito di “Dedica incontra”.
Da dove nasce l’interesse per la figura del “benandante”, che secondo la tradizione scioglie i malefici, conduce battaglie notturne contro le streghe, vede i morti?
«Tutto è nato da una riflessione sul senso simbolico del confine. Era un tema che mi affascinava molto e sul quale sentivo il bisogno di scrivere. Da questa idea iniziale sono derivati sia la scelta dei luoghi, in particolare la sorgente del Gorgazzo e il territorio delle risorgive del Friuli occidentale, sia quella della protagonista. I benandanti mi hanno sempre incuriosita, anche grazie agli studi di Carlo Ginzburg che avevo amato all’università. Mi interessava però raccontare una benandante donna perché queste figure vivono continuamente sul limite: tra corpo e spirito, tra vita e morte, tra visibile e invisibile. Lene percorre proprio questo crinale, dovendo imparare a distinguere tra bene e male, verità e pregiudizio, e affrontando anche il mistero di un antico femminicidio rimasto senza soluzione».
Oltre a Ginzburg quali sono stati i riferimenti per ricostruire questo mondo?
«Ho trovato preziosi gli studi di Valentino Ostermann sulle tradizioni friulane. Mi interessava lavorare su fonti vicine all’epoca in cui è ambientato il romanzo, cioè la fine dell’Ottocento. Alcuni aspetti, come la figura di Diamante, la ragazza del Gorc, nascono anche da un dialogo tra tradizione popolare e archetipi più antichi come Circe o Medea. Ho lavorato molto anche sul potere della parola, del gesto e del corpo, elementi che caratterizzano la componente magica del racconto».
Nel libro sembrano convivere il folklore e una struttura narrativa che sembra guardare al romanzo popolare dell’Ottocento, con agnizioni, ciondoli rivelatori, rovesciamenti di ruoli.
«La scelta della fine dell’Ottocento per l’ambientazione nasce dall’essere anche quello un tempo di confine. Credenze come quelle dei benandanti c’erano ancora, ma andavano progressivamente a sfumare. Lene vive questa contraddizione. Per molti aspetti della trama invece ho guardato alla fiaba e al suo senso di indeterminatezza. Pur essendo ambientato alla fine dell’Ottocento, il romanzo gioca spesso con un tempo che sembra sospeso. Alcuni luoghi sono reali e perfettamente identificabili, come il Gorgazzo, Polcenigo, Sacile o le sorgenti della Livenza; altri invece appartengono a un immaginario universale: il bosco, il castello, la palude».
Come nel libro precedente, anche qui l’acqua ha un ruolo importante.
«L’acqua rappresenta il movimento, la trasformazione, la capacità di generare e rigenerare. Come la vita stessa, non smette mai di scorrere. Mi sembrava quindi il simbolo più adatto per accompagnare il viaggio di Lene».
Il tema del cammino è uno degli elementi chiave del romanzo.
«Già il nome stesso dei benandanti contiene l’idea dell’andare. L’esistenza è movimento, attraversamento continuo di momenti luminosi e cadute. In un’epoca come la nostra, in cui siamo abituati a delegare molte scelte e perfino i percorsi ai dispositivi tecnologici, mi interessava ricordare quanto sia importante scegliere personalmente i propri passi. Ci sono decisioni che nessuno può prendere al posto nostro. È una lezione che Lene impara e che riguarda in fondo ciascuno di noi».
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