L’esordio letterario di Marianna Deganutti: la poesia è un quadrilatero senza lati e senza angoli
Liriche dedicate al temi del confine e della lingua

Già il titolo, bilingue, fa intuire un’ampiezza di sguardo, profondità d’indagine: Moj jezik v tvojih besedah / La mia lingua nelle tue parole , raccolta di versi che segna il debutto poetico della studiosa Marianna Deganutti (nativa di Cividale, radici slovene per parte di padre, una laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, conseguita a Trieste, e una in Filosofia, a Milano, dottorato in Lingue moderne all’Università di Oxford e attualmente residente a Monaco di Baviera, dove lavora), scandaglia attraverso una quarantina di testi in italiano e in sloveno i temi del confine, della partenza, del rapporto interpersonale, dei vocaboli persi e di quelli ritrovati.
Cinque intense sezioni, dunque, distinte eppure intrecciate, in qualche modo conseguenziali. «Le poesie – spiega l’autrice – raccontano appunto il confine (quello della val Judrio, a cavallo tra Italia e Slovenia), il lutto per la scomparsa della mia nonna paterna e l’eredità linguistica slovena. Nella vallata del torrente Judrio, come spesso accaduto negli ambienti confinari, gli innumerevoli eventi che hanno scandito il secolo scorso – dalla nazionalizzazione forzata alle migrazioni, con conseguente spopolamento del territorio, fino alla cortina di ferro – hanno causato la progressiva perdita della lingua slovena sul versante italiano, più precisamente del dialetto locale, affievolitosi fino a scomparire, in molti casi, per sempre».
In “Moj jezik v tvojih besedah / La mia lingua nelle tue parole” (dedicato “A tutti quelli che hanno perso la loro lingua” ) i termini ibridi, mescolati, fluttuanti e perciò relegati a un uso limitatissimo ereditati da una nonna trovano però la forza di rinascere nei versi di una nipote: sono componimenti essenziali, ungarettiani, contraddistinti da scelte lessicali mai casuali e mai banali, certamente frutto di un’attenta ricerca stilistica ma nel contempo capaci di trasmettere immediatezza e fluidità, quindi la sensazione di uno sgorgo naturale e istintivo di pensieri. Il risultato è una lettura “visiva” , che emoziona perché ogni verso equivale all’istantanea di uno scorcio – ambientale o domestico – e perché dal flusso della narrazione si coglie l’essenza dell’identità confinaria.
Il racconto poetico di Marianna Deganutti, che scava nella memoria individuale e familiare ma pure in quella collettiva, si apre proprio con un focus sul “Confine” (per la poetessa “un quadrilatero / senza lati / senza angoli / un cerchio / senza centro / senza raggio” ), proseguendo poi con altri quattro filoni tematici: ecco così la “Partenza” , poi “Noi due” , per arrivare infine al cuore del progetto, con le “Parole perse” e da ultimo le “Parole ritrovate” . Nell’insieme, un viaggio nel passato e nel presente, con un implicito impegno alla tutela dialettale proiettato al futuro.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








