Il Trap si racconta: dal cortile a Pelè

La gloriosa vita del mister nel libro “Non dire gatto”. E si commuove ricordando papà
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Riassume un mondo, la vita del Trap.

Pareva dispersa, o se non altro spezzettata e confusa nelle memorie non codificate dei tifosi milanisti, juventini, interisti e di Bayern, Stoccarda, Cagliari, Fiorentina, Benfica, Salisburgo, ancora della nazionale tricolore e dell’Irlanda, quindi, chissà in quale futuro, sbriciolata. Sta in un libro, invece, la cui genesi appare quanto mai fortunosa. In poche parole. L’amico giornalista di Trapattoni, Bruno Longhi, gliela buttò là: «Scriviamo, allora?».

Il mister, a sentire l’autore che pigiò i tasti del computer, dribblava come quand’era il difensore muraglia dei rossoneri di Rocco. E da quell’orecchio proprio non ci voleva sentire. «Mi ha violentato lui», e Giovanni di Cusano Milanino indica Bruno. Insomma, è venuto fuori per chissà quale miracolo, ’sto volume: . Non dire gatto (Rizzoli, 18 euro).

Da dove cominciare? E sono settant’anni di cose accadute stipate fra le pagine. «Da ragazzino - racconta l’uomo dall’occhio azzurro che fischia coi mignoli - giocavo in un cortile disadorno di una casa di contadini, la mia. Il pallone veniva fuori da una strana alchimia di oggetti: la pelle del maiale e la paglia. E fioccavano le vesciche ai piedi. Senza quella sfera lì, però, non mi sarei mai mosso da casa. Ho visto l’Africa, l’Australia, il Giappone e lo stipendio è sempre stato buono».

S’intrufola Bruno: «Pur di non farlo, il libro intendo, questo signore qui mi mollò la frase smontasogni: “E a chi vuoi che interessi?”. La Rizzoli così voleva intitolarlo. Poi fu mia moglie a tirar fuori la storia del gatto».

Eccoci al dunque. Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco da dove caspita viene fuori? Ci frulla in testa da lustri come una nenia antica tramandata dai cacciatori lapponi. Invece? «Risale su dai Quaranta» - svela Trapattoni. «Giravano dei gatti sui campetti da calcio e, ogni tanto, ci scappava qualche pedata. Così, bonaria. Quindi arrivò Longhi, e siamo nell’era moderna. Alla vigilia di Inter-Sampdoria mi fece tre interviste.

Una buona per la vittoria dei nerazzurri, un’altra per il pari e una terza per la sconfitta. Vincemmo. E Bruno, a quel punto, mi chiese: “È fatta per lo scudetto, mister?”. Gli risposi, appunto, “Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Bruno rise e mi chiese: La rima dove sta? E io: gatto, sacco. La Gialappa’s, poi, ci ricamò su.

Uomo di sensibilità grande. Sempre del nostro eroe stiamo parlando. Gli alti e i bassi di una esistenza, spesso, convivono. Mister T. parte dai bassi. «Quando debuttai con i giovanotti del Milan non lo dissi a mio padre. Se avessi fallito mai me lo sarei perdonato. Il giorno dopo papà mi chiamò. “Non ti ho visto e credo che mai riuscirò a vederti. Dopo quattro giorni, morì». Trattiene le lacrime, Giovannin. Anzi, non le trattiene per niente.

Gli alti? Be’, avete mai letto lo schema della sua carriera? Mostruosa. Difficile individuare uno che ha vinto così. E quella sera del ’63 quando fermò Pelè? «Si giustificò dicendo che aveva mal di pancia. E rientrò negli spogliatoi. Quello successivo da fermare fu Eusebio. Non ero una stella, ma intuivo sempre dove gli attaccanti andavano. E, da lì, non passavano».

Pillole in velocità? Balotelli? «Avrebbe bisogno di un tutor». Italia-Irlanda: le batteva il cuore? «Appena ascoltai l’inno di Mameli, mi vennero i brividi. Sparirono al fischio d’inizio». Il più grande? «Messi. Modestia e talento. I giovani imparino». La Juve è finita? «Sembra. Ma non sarà così. Anche l’Inter si è rafforzata. Vedremo».

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