Il brivido delle cose da non fare per sentirsi vivi negli anni 50

Si chiamano Ombre, Giardini e Spettri le bande che bazzicano le vie del centro mentre Pitoni, Ferrovieri e Occhiali blu controllano il cavalcavia di piazzale D’Annunzio e il viale. Sembrano nomi di complessi che suonano la “musica del diavolo”, come i grandi etichettano il rock and roll. Invece si tratta di gruppi dediti a violenza, furti, rapinette, aggressioni, scontri fisici epici, ciclopiche baruffe per stabilire chi comanda quel territorio. Di tutto e di più perché, dice una guardia sconsolata, scimmiottano i teddy boys americani.
Benvenuti dunque nella Udine di fine anni Cinquanta con narrazioni non di stampo neorealistico (secondo lo stile in voga al tempo), ma molto realistico, in un’abbondanza di dettagli, emozioni, slanci, eccessi, da rileggere al giorno d’oggi, anno 2019, perché fa capire come il passato, spesso ammantato con uno strato dolciastro di glassa chiamata nostalgia, fosse invece ben diverso. E allora quello che succede al giorno d’oggi, tra paure, panico incombente e minacce aleggianti, sembra quasi niente rispetto al clima di allora, almeno quello vissuto in certi luoghi popolari, molto affollati, in certi quartieri dove la miseria afferrava alla gola e il boom economico non era per niente un pane quotidiano da azzannare.
Qui abbiamo a che fare con un piccolo universo nel quale si muovono personaggi che sarebbero piaciuti a John Fante, lo scrittore americano di origine italiana che narrò la propria esperienza personale e familiare in una rappresentazione comica e chiassosa, lirica e acida. Era la storia di un ragazzino, figlio di emigrati, che voleva diventare qualcuno per sfuggire a ciò che le circostanze, il destino, la povertà, gli avevano riservato. Lui, disincantato e sbruffone, cinico e ingenuo, ma vitalissimo e irriducibile, mette a punto le strategie, intesse le amicizie e le complicità, costruisce vicende fatte di poco, anche di una sola esclamazione, di un gesto, di uno sguardo, ma sempre quello giusto.
Se volete immergervi in tali scenari, restando a Udine, dovete aprire (o riaprire, visto che ora è stato ristampato, venti anni dopo), il romanzo di Li Noleggio “La banda delle cataste” (158 pagine, 16,50 euro), pubblicato da Gaspari editore. Sarà presentato venerdì 8 novembre, alle 18, alla libreria Feltrinelli dove l’autore dialogherà con il giornalista Paolo Mosanghini mentre Fabiana Dallavalle leggerà alcuni brani.
Il protagonista e voce narrante è lo stesso Li Noleggio (pseudonimo, con cui firma i suoi numerosi libri, di Lino Leggio, nato nell’ex Jugoslavia nel 1944 e a Udine dal 1945, come si legge nelle note di copertina). Parla di sé, della sua famiglia esule in Italia, delle difficoltà di inserimento raccontando (grazie alla riscoperta dello slang nudo e crudo masticato dai ragazzi dell'epoca) i vari passaggi e le peripezie per sopravvivere nelle difficoltà, in un percorso fatto di attese e conquiste, come il trasloco dalla topaia, in cui la famiglia viveva dopo l’arrivo Udine, alle case Fanfani, costruite accanto alla ferrovia.
Quel giorno tutti si sentirono ricchi, ricchissimi, pur essendo i soliti “possidenti del nulla”. Il ragazzo è scatenato, inafferrabile, acceso dalla febbre del momento (tra la passione per Basettoni, ovvero Elvis Presley, e il mito dei jeans Rifle), incontra gli amici necessari, ne combina di tutti i colori, affronta a viso aperto il nemico. E poi paga il conto quando torna a casa e, mentre la mamma esclama una serie di “Jesusmaria” a raffica, il papà lo insegue, cinghia in mano, urlando “Matassamaiala”.
A un certo punto Lino entra nella banda delle cataste, perché il punto di incontro è un deposito in via Calatafimi, laterale di via Marsala. Lì sopra, su quei mucchi di legname, i ragazzi sognano, amano, aspettano l’alba, fanno a pugni, si lanciano in pericolose sfide con i treni di passaggio, esplorano a modo loro la vita. Lo fanno in maniera selvaggia, squinternata, ma libera, come uccelli sugli alberi. Qualcuno anche muore. Il sipario poi scende su quella Udine poco conosciuta. Lassù, sulle cataste di via Calatafimi, avevano creato comunque un mondo, bislacco, riprovevole, sbagliato, ma solamente loro, e dunque unico, speciale, tenerissimo, che commuove a rileggerlo adesso, perché la verità fa sempre un simile effetto.
Per fortuna c’è chi lo racconta ancora e va ringraziato. Il suo libro è unico e accarezza il cuore, pur parlando di cose che non si devono mai fare. Questa è la sua magia.
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