I novantanove anni di Gianfranco D’Aronco, coscienza critica della cultura friulana

Dal 1751 il Friuli non ha più il Patriarca: ma se l’autonomismo friulano dovesse scegliersi il suo, di Patriarca, ovvero un punto di riferimento intellettuale, morale e politico che si stagli per coerenza e raffinata cultura, quello sarebbe senz’altro quel Gianfranco D’Aronco, che oggi compie 99 anni.
E molti sentono di dover rendere omaggio, in corrispondenza di questo importante traguardo, a una personalità che ha saputo leggere e capire il Friuli più di moltissimi altri, rifiutando sia il facile presenzialismo e il marketing di se stesso che la tentazione – altrettanto diffusa tra gli intellettuali – di chiudersi in una torre d’avorio.
«Anzi, scorrendo la sua biografia e la sua bibliografia – spiega il direttore dell’Arlef William Cisilino che con lui ha scritto “Sorestans e sotans” – si vede come sia assai più facile elencare le cose di cui D’Aronco non si è occupato, rispetto alle moltissime che ha studiato e di cui ha scritto».
Letteratura e arte, politica e società, storia e costume: e il capolavoro “Friuli, Regione mai nata” «che andrebbe ripubblicato per la lucidità estrema delle sue analisi stese con una precisione e una coerenza che fanno di lui un esempio di approfondimento delle radici culturali fra i più alti non in Friuli, ma a livello europeo».
Pienamente d’accordo sulla statura intellettuale di D’Aronco, «studioso imprescindibile per tutti gli aspetti della cultura friulana», è il presidente della Filologica, Federico Vicario.
Che rimarca come «un vanto della Sff l’azione trentennale del professore nel nostro sodalizio», ma soprattutto parla di «una produzione scientifica senza pari sulla lingua, la letteratura, la storia e l’arte del Friuli, nata da uno studioso poliedrico che si è occupato di filologia romanza, storia della lingua ma anche storia delle tradizioni popolari: un settore dove la sua attività è stata fondamentale». Dove però Vicario si lascia scappare la definizione di “opera monumentale” è riferendosi alla “Antologia della letteratura friulana”, un approfondimento impareggiabile del panorama degli autori in marilenghe e non solo.
L’azione di D’Aronco resta legata anche alla fase in cui nel 1945, giovanissimo, abbracciava l’idea di un Friuli autonomo entrando con Tiziano Tessitori nell’ Associazione per l'autonomia friulana e poi creando nel 1947 l’esperienza del Movimento Popolare per l’Autonomia con Pier Paolo Pasolini e Luigi Ciceri, Chino Ermacora e Alessandro Vigevani.
Una lezione che non ebbe il seguito che la statura dei proponenti meritava: ma che ha seminato nei decenni successivi i germi di un’idea di autogoverno che in più occasioni, quasi come un fiume carsico, è emersa prepotentemente a galla per poi scomparire di nuovo.
Per riaffermarla a cavallo del millennio concorse con Arnaldo Baracetti e Roberto Dominici all’esperienza del Comitato per l’Autonomia e il Rilancio del Friuli: «Mi stupì di lui – ricorda Dominici – la sua profondissima conoscenza del Friuli antico e presente, la sua visione lucida e pragmatica, che reclama il riscatto della classe politica friulana perché sappia al meglio rappresentare gli interessi della nostra terra».
Al professore va riconosciuto «il merito di non aver mai ceduto – rimarca Andrea Valcic, presidente de “La Patrie dal Friûl” – alla facile tentazione di “mollare” la battaglia autonomista che lo vede protagonista sin dagli inizi. Anzi, col passare degli anni sembra quasi che il pessimismo sia servito da stimolo per nuovi impegni. Perchè questo è il ruolo dell’intellettuale legato alla sua terra: esserne fino in fondo coscienza critica.
Con il cruccio, assurto spesso a livello di dolore etico e politico, di dover prendere atto di come una condizione di sudditanza storica ed esistenziale affligga la nostra gente: ma anche con una finezza, arguzia e forza che fanno ancora di D'Aronco un temibile e imbattibile avversario per i nemici del Friuli».
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