Giallo in estate: un omicidio e tre indagati scagionati, da vent’anni un assassino è fra noi

UDINE. Da poche settimane, per la quarta volta, è finita in archivio l'inchiesta sull'omicidio di Gian Carlo Ferrario, il travestito udinese di 50 anni, conosciuto con il nome di Elsa, assassinato a colpi di posacenere e stiletto la notte del 18 dicembre 1995.
Nemmeno l'Unità delitti insoluti di Roma, alla quale nel 2010 erano stati spediti i reperti dell'omicidio di Elsa e di altri 99 “cold case” italiani, è riuscita ad arrivare a un risultato. “Colpa” del troppo tempo trascorso e delle diversità d'investigazione dell'epoca, della conservazione dei reperti. Come dire: oggi il killer di Elsa non avrebbe scampo. Perché di tracce ne aveva lasciate.
Sono le 3.30 di quella notte. Elsa è con i colleghi sul marciapiede di via Liruti a Udine, luogo storico, all'epoca, di ritrovo dei travestiti. Un giovane si avvicina e concorda l'incontro. I due s’incamminano verso l'auto di Elsa, una Audi 80 di colore scuro, e insieme raggiungono la casa d'appuntamenti in via Tomadini, al civico 46 che oggi non esiste più.
Qualcosa succede per scatenare la furia omicida. Il killer si ferisce a una mano e poi, quando sente che se ne può andare, tenta persino d’incendiare la stanza. Allertato dall'odore del fumo, il collega di Elsa che si trova in un’altra stanza della casa, con un cliente, lancia acqua con una bacinella per spegnere il fuoco e poi si accorge dell’amico (e convivente) riverso supino con la testa fracassata e soltanto una calza autoreggente addosso.
Nel frattempo l’assassino è già tornato con l’auto di Elsa al parcheggio, cancellando le impronte su volante e cambio. Poi fugge nella notte udinese.
Udine di lì a poco avrebbe cominciato a conoscere un altro mondo della prostituzione, con l’arrivo dei primi trans e viados, prima in strada e poi negli appartamenti e sul web. Ma fino ad allora chi desiderava avere un incontro con una “prostituta-uomo” non aveva scelta: via Liruti era la meta.
Non davano fastidio i travestiti. Il via-vai d’auto e di clienti era costante e “garbato” ogni sera. Mai nessun problema, mai un omicidio come invece accadeva già da anni tra le prostitute. Lo sa bene Gianni Mainardis, ispettore vice-capo della Squadra mobile che investigò per primo sul delitto di Elsa.
Per capire il “giro” e magari scoprire l’assassino che tornava sul luogo del delitto, il nostro poliziotto una sera si mette sul marciapiede di via Liruti: vestito normalmente, eppure qualcuno lo avvicina lo stesso chiedendogli il prezzo. Un ricordo che fa sorridere, ma che rimane come un segno nel dipinto di quella via storica in pieno centro città.
Negli anni, le inchieste portano a sospettare di tre giovani oggi circa 45enni. Il primo addirittura passa tre notti al fresco in via Spalato, ma poi gli indizi crollano e non si trasformano in prove. Viene addirittura risarcito con due milioni di lire per ingiusta detenzione.
Poi tocca al secondo: di certo è un cliente, qualche paura d’essere sospettato ce l’ha perché si fa ripulire l’auto, rivoltandola come un calzino, proprio in quei giorni. Per entrambi, però, la prova scientifica del Dna e in parte anche quelle testimoniali degli altri travestiti non portano all'incriminazione.
Passano gli anni e gli investigatori, quasi a sorpresa, raccolgono una confidenza e finiscono per indagare un terzo giovane. Qui il cerchio si restringe di molto perché una certa compatibilità con il Dna esiste, ma i cosiddetti “marcatori genetici” non sono sufficienti per inchiodare il sospettato.
La speranza concreta di una svolta era arrivata quando, con le tecniche scientifiche più moderne, ci si accorgeva che su un cuscino dell’alcova di Elsa c'era non soltanto il sangue della vittima, ma anche quello del killer ferito.
Un Dna misto, ma incompleto, appunto, nei marcatori genetici, cioè le sequenze del Dna che servono a mappare gli organismi. Inzuppato del doppio sangue e dell’acqua usata per spegnere il principio d'incendio, quel cuscino era stato salvato con i metodi d’allora, lasciando, se non impossibile, la mappatura completa delle sequenze dei Dna.
Per la terza volta quindi, ormai nei primi anni Duemila, l'inchiesta passa in archivio. Fino al 2010 quando a Roma nasce l'Unità delitti insoluti: la speranza d'un “cold case” si riaccende, ma gli accertamenti subiscono il tempo passato, la precarietà della conservazione dei reperti. Al sostituto procuratore Claudia Danelon, quindi, non resta che archiviare questo fascicolo ancora iscritto come “Ignoti”.
Una decisione appunto di poche settimane fa, in attesa di eventuali nuovi sviluppi. Perché l'omicidio, si sa, è un reato che non va mai in prescrizione. Anche se ormai i ricordi si affievoliscono e i testimoni, un po’ perché non ci sono più, un po’ perché il loro utilizzo è già stato “bruciato” nella prima inchiesta (avendo riconosciuto il primo degli indagati, poi scagionato), non rappresenterebbero più un elemento chiave.
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