Elio Ciol e la Basilica di Assisi: contemplazione e silenzi

Gli scatti del fotografo friulano nei luoghi di San Francesco raccolti nella mostra che onora la Galleria d’arte Sagittaria del Centro Culturale Casa Zanussi a Pordenone

Luciano Padovese
Alcune immagini scattate dal fotografo friulano Elio Ciol nella Basilica di Assisi
Alcune immagini scattate dal fotografo friulano Elio Ciol nella Basilica di Assisi

 

Rientra nel progetto In cammino con don Luciano. Verso Pordenone Capitale della Cultura 2027, promosso da Presenza e Cultura con il Centro Iniziative Culturali Pordenone, la pubblicazione del libro “L’arte per tutti. Interventi recensioni saggi dell’inventore della Galleria Sagittaria di Pordenone”, uscito questi giorni per le Edizioni Concordia Sette. Curato dal critico d’arte Giancarlo Pauletto, il saggio riunisce oltre 60 articoli di Luciano Padovese, fondatore del Centro Culturale Casa dello Studente, ispirati dalla visione dell’autore sulla presenza dell’arte nella società contemporanea.

Da Marcello Mascherini a Edo Murtić, da Armando Pizzinato a Nane Zavagno, Elio Ciol, Dora Bassi, Virgilio Tramontin, Anzil, Getulio Alviani, Guido Cecere, Romano Perusini, Mario Moretti, Italo Zannier, Francesco Messina, all’architetto Marcello D’Olivo: grandi protagonisti dell’arte che hanno fatto di Pordenone, e della Galleria Sagittaria, un riferimento portante per l’esposizione delle loro opere. L'estratto che pubblichiamo si riferisce alla mostra di Elio Ciol, il fotografo friulano che a marzo compirà 97 anni, ospitata dieci anni fa a Pordenone e dedicato alla Basilica di Assisi che si appresta a celebrare gli 800 anni dalla morte di San Francesco. il libro è disponibile alla Libreria Al Segno di Pordenone, oppure scrivendo a cicp@centroculturapordenone.it

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La splendida Assisi di Elio Ciol, documentata dalle stupende immagini raccolte nella mostra che onora la Galleria d’arte Sagittaria del Centro Culturale Casa Zanussi nell’anno cinquantesimo della sua attività, rappresenta una sorta di luogo del cuore per chi, come noi, è stato tra gli iniziatori della vitalità della nostra Casa della Cultura di Pordenone. Proprio agli inizi, negli seconda metà degli anni Sessanta, quegli incontri nella città di San Francesco erano per noi una sorta di pellegrinaggio, non certo seriosamente devozionali, ma molto gioiosi e talora anche rumorosi. Con l’entusiasmo giovanile che accomunava i sogni di un giovane prete e gruppi numerosi di studenti universitari che si erano ritrovati come a casa loro nel Centro pordenonese appena aperto.

In queste immagini ritroviamo la pregnanza delle nostre antiche emozioni. La poesia intensa delle foto di Ciol rappresenta proprio il clima in cui si delineavano per noi giovani i progetti di un lavoro di animazione per un territorio che, mentre si rafforzava di grandi strutture produttive, aveva bisogno di compensarsi di una forte iniezione di spiritualità, di umanità, di forza comunicativa, di integrazione tra persone che già allora (anni Sessanta) si concentravano nella piccola città del Noncello provenendo dalle più varie regioni d’Italia, specie dal suo Meridione.

Ritroviamo i luoghi di Francesco, che nella sua radicalità spirituale metteva insieme giovani eredi di famiglie ricche con poveri senza dimora; esaltava la natura come un liquido amniotico di ringraziamento e lode; ammansiva i lupi, predicava agli uccelli e riusciva a convincere i Papi che il suo andare controcorrente, nella normalità del quotidiano e nella essenzialità degli orientamenti, rispondeva alle radici del Vangelo.

E noi avevamo intuito, nei richiami che ci venivano dalle contaminazioni di quei luoghi, un nuovo “far cultura”: avevamo intuito proprio l’essenzialità di andare al cuore dell’umano, anche per essere veramente cristiani. Far cultura, come ad Assisi, incrocio internazionale per un convenire alla poverissima tomba di Francesco; al sasso del suo riposo sulle pendici del Subasio; al pozzo dell’eremo dove forse il santo aveva attinto per spegnere la sua sete, e i nostri giovani universitari giocavano con l’antico secchio come fosse un elmo; e poi le piccole radure con gli alberi ancora cinguettanti di uccelli per nulla spaventati.

Far cultura valorizzando tutto; ogni spicchio di vita e ogni fessura di antiche abitazioni, fossero borghesi o men che proletarie.

Atmosfere della quotidianità più normale, elevate a richiami simbolici. Perché anche i nostri progetti erano pieni di dubbi, interrogativi, insicurezze, come nebbia e neve. Ma sempre rianimati da un silenzio intenso e amico che riportava al fondo dei nostri pozzi interiori cui attingere, come il richiamo dei molti pozzi di Assisi.

Le foto magiche di Assisi a richiamarci il meglio dei nostri sogni giovanili, ma gli stessi di oggi. Come, ci pare, per la ispirazione interiore che rende Elio Ciol diverso da tanti altri artisti dell’immagine che abbiamo potuto avvicinare nella nostra ormai lunga vita. Entusiasta quando seguiva il grande David Maria Turoldo nella invenzione e produzione del film Gli ultimi, per cui il giovanissimo Elio fungeva da fotografo di scena. Ma ancora oggi intorno a un tavolo a discutere del progetto di una sua mostra, questa, che rappresenta un punto apicale della nostra memoria di cinquant’anni.

Una semplicità sconcertante, che risponde con un sorriso come per schermirsi, alla nostra domanda sull’origine della sua passione, nata e cresciuta nella più totale spontaneità autodidatta. Ricordiamo anche noi il grande stupore e addirittura l’orgoglio che provammo quando, in una visita in America, a New York, al Moma, museo mondiale di arte moderna e contemporanea, al centro di una parete riservata a grandi fotografi abbiamo visto una celebra immagine di Elio: un paesaggio friulano innevato. Una sospensione dell’anima prima che una cattura dello sguardo, che poteva poi soffermarsi sulla perfezione poetica, oltre che tecnica, di una grande immagine.

Crediamo, infatti, che la grandezza del fotografo di Casarsa sia proprio innanzitutto questa capacità di comunicare contemplazione, silenzio interiore, e richiami senza limiti né temporali né spaziali.

Come la nostra Assisi, che ritroviamo ancora più esaltata e simbolicamente più efficace all’origine dei nostri sogni giovanili, e sentiamo viva ancora oggi dopo decenni di percorsi che ci sembrano siano già stati benefici per diverse generazioni.

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