In bici sulle strade dell’Africa: un mosaico di cento storie
Passione e gioia, determinazione e coraggio di vincenti pionieri come Ottavio Bottecchia, Gino Bartali e Fausto Coppi: Marco Pastonesi, scrittore e giornalista, è l’autore di Strade nere

Un mosaico di storie che attraversa oltre un secolo per raccontare, per primo in Italia e forse fra i pochi nel mondo, il ciclismo africano e in Africa. Cento capitoli di passione e gioia, determinazione e coraggio di vincenti pionieri come Ottavio Bottecchia che vi corse per guadagnare, Gino Bartali che là vinse la prima coppa internazionale e Fausto Coppi che nell’Alto Volta (oggi Burkina Faso) contrasse la fatale malaria. Ma anche di campioni poco conosciuti come Ali Neffati, primo tunisino al Tour de France, il ruandese Adrien Niyonshuti o l’algerino Abdel-Kader Zaaf. Un ordinato e coerente zibaldone di avventure fuori ribalta dalle cronache e titoli nei giornali, con protagonisti fuoriclasse di umanità e passione.
Marco Pastonesi, scrittore e giornalista, è l’autore di Strade nere (Ediciclo editore, 159 pagine, 16 euro). Anche lui di strada ne ha fatta tanta; come inviato della Gazzetta dello Sport ha seguito 4 tour del Ruanda e del Faso oltre a 16 Giri d’Italia e 10 Tour de France. Ha pedalato in Mali e Senegal e questa pubblicazione nasce dal suo personale taccuino dei ricordi, scelti fra incontri, cronache, interviste con i protagonisti o con i discendenti di ciclisti che si erano fermati al racconto orale delle loro esperienze.
Ma è anche il frutto di ricerche e approfondimenti negli archivi per portare in rilievo dettagli inediti di grandi atleti e gare memorabili. Se è vero che sono stati molti più gli europei che hanno corso in Africa, al contrario sono pochi gli africani che hanno costruito una carriera significativa a livello mondiale in Occidente. «Gli africani hanno potenziale fisico – spiega Marco Pastonesi – ma sono carenti sul piano della strategia ed esperienza, hanno poco sostegno economico e tecnico. Culturalmente poco inclini a inserirsi in un gruppo come chiedono le società che spingono per accreditarne la caratteristica di sport di squadra. Certo campioni e gregari ci sono e ci saranno sempre».
Le pagine corrono con il ritmo in volata della cronaca, lo stile è essenziale, sintetico, nervoso e con pause immaginifiche. Racconta i luoghi, le atmosfere di paesaggi ritagliati in una natura vasta e fascinosa, ma anche le tappe sul vecchio continente, i volti ebano scavati, la fatica e la gioia, la difficoltà di correre su strade polverose o strisce di bitume, con biciclette arrangiate, in condizioni climatiche difficili, attraversando guerre e frontiere.
Il primo capitolo segna l’inizio della passione dell’autore per il ciclismo africano: Tour di Faso 2006, una gara avventurosa dove sono note le partenze ma non gli arrivi, e il vincitore ha un nome diverso da tutti, Désireé Kabore. Taglia il traguardo senza freni. L’ultimo capitolo è dedicato al coraggio di in sognatore che non si è mai arreso, un vincitore, Nelson Mandela, al quale sono dedicate competizioni ciclistiche.
Per l’autore il ciclismo è uno sport letterario: «Si svolge sulle strade, va alla gente, non il contrario, ogni metro di tappa è diverso per ogni corridore – spiega Pastonesi – . Le cronache raccontano la corsa vista davanti ma solo chi sta dietro vede tutto. Questo libro rappresenta il privilegio della mia vita che non volevo andasse perduto».
Nel 1927 da Casablanca dove ottenne grandi vittorie, il friulano-veneto Ottavio Bottecchia scrive agli amici ciclisti di Pordenone. Fra le storie poco note la vittoria nel 1913 della Tappa Parigi Le Havre del sacilese Giovanni Michieletto.
Nel 2012 in Ruanda l’incontro con una rarità, la ciclista Jeanne d’Arc Girubuntu, nome epico, flemmatica e bella come una dea, un’Alfonsina Strada dalla pelle nere. Partiva prima e arrivava dopo i maschi ma tenne duro e seppe conquistare attestati internazionali. Indossava la maglia bianca dei rifugiati del Comitato olimpico internazionale l’eritrea Eyeru Tesfoam Gebru all’Olimpiade di Parigi del 2024, campionessa africana nella cronometro e in Europa corse anche come testimone del genocidio del suo paese. Sa essere irresistibile il richiamo della bicicletta.
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