Così il Messaggero Veneto è diventato la voce del Friuli ferito

UDINE. La terra ha appena smesso di tremare, quando i redattori del Messaggero Veneto, usciti in strada per cercare di dare un nome a quanto accaduto, saltano chi in auto, chi in vespa. Diretti verso nord. L’ordine del direttore Vittorino Meloni è perentorio. Bisogna andare a vedere cosa è successo.
Partono in cinque. Sergio Stefanutti in vespa, in auto gli altri: Ido Cibischino, Eugenio Segalla, Vincenzo Compagnone e Paolo Medeossi. Inviati a cercare non si sa bene cosa.
Lo capiranno pochi chilometri dopo, strada facendo, che sul Friuli si è abbattuta l’immane tragedia di un violentissimo sisma, che interi paesi sono rasi al suolo e le vittime sono centinaia.
Lo capiranno percorrendo la Pontebbana, passando davanti all’albergo Morena crollato, o entrando nei primi paesi disastrati. Majano, Buja, Tarcento. Naturalmente Gemona.
Il tempo è poco, appena sufficiente per sfiorare il dramma, impressionare gli occhi delle drammatiche immagini che li circondano e raccogliere qualche informazione dai pochi che vagano per strada come fantasmi. Poi via. Verso il giornale.
A scrivere e stampare un’edizione che ha segnato la storia del Messaggero Veneto. “Catastrofico terremoto in Friuli” titola il 7 maggio 1976 il nostro giornale, messo insieme nella massima precarietà. Tra scosse e frammenti d’informazioni, turbamento, stanchezza e quel pizzico di adrenalina che non può mancare e che da lí in avanti sosterrà per mesi il lavoro dei giornalisti.
L’avventura inizia cosí. Il Messaggero Veneto diventa la voce del Friuli terremotato. Racconta passo passo l’emergenza prima, la ricostruzione poi. Segue con spirito critico la genesi delle scelte, non teme di dire la sua, anche a costo di attirarsi qualche critica, come nel caso dei fondi che per mesi firma il direttore Meloni.
Dopo una notte insonne, il 7 maggio i giornalisti riprendono la via. Medeossi va a Gemona. Un paese fantasma. Falciato da un forte vento e impegnato nella conta delle vittime e nel salvataggio di chi è rimasto intrappolato tra le macerie.
«Di quelle prime ore ricordo la grande dignità della gente. Non sono uno che denuncia spesso le sue origini, ma quel giorno mi sono sentito orgoglioso di essere friulano», ricorda il giornalista che allora aveva appena 23 anni.
Giovanissimo in una redazione di giovani, direttore compreso (aveva poco piú di 40 anni). I giorni successivi trascorrono a contare le vittime, un migliaio, quindi a raccontare le esequie, la vita che lentamente riprende. Riaprono le prime fabbriche, si tenta di tornare alla normalità.
Iniziano i lavori per recuperare le abitazioni rimaste in piedi, ma il sogno di poter rientrare nelle case a fine estate s’infrange presto contro la dura realtà. Inizia l’esodo verso le località balneari dove in migliaia trascorreranno l’inverno per poi fare ritorno nei propri paesi dove nel frattempo sono stati allestiti prefabbricati.
Il Messaggero Veneto è sempre lí. Pronto a raccontare la lenta, difficile, ma caparbia rinascita del Friuli. E parallelamente a forgiare una generazione di giornalisti. Il giovane e impulsivo Meloni detta la linea politica, ma spesso deve fare i conti con una redazione riottosa, pronta a dire la sua.
È un periodo di grande crescita. Per il giornale e i giornalisti. Da poco meno di 20 mila copie, il Messaggero Veneto balza in alcuni periodi oltre le 80, 90 mila copie.
Numeri vertiginosi, guadagnati sul campo. Grazie al lavoro di chi, per mesi e mesi, ha vissuto con la gente, fianco a fianco, una rinascita lenta, sofferta, ma a tratti anche entusiasmante, traducendola poi in parole, in un grande affresco collettivo scritto giorno dopo giorno.
Senza mai interrompersi. Complice la distribuzione che ha saputo andare oltre le macerie. Il fascio di giornali è arrivato “puntuale”, a Gemona, anche il 7 maggio, lasciato dal fattorino davanti alla porta dell’edicola chiusa.
Ancora Medeossi: «La gente passava, prendeva la propria copia e lasciava accanto i soldi». Perché in mezzo a un’immane tragedia alla dignità non si abdica. Per i friulani è stato naturale rimboccarsi le maniche e rialzare con caparbietà la testa.
E il Messaggero Veneto ci ha messo del suo. Se dopo 40 anni il giornale ha ancora il ruolo che ha - prendiamo in prestito un pensiero che è ancora di quel giovane 23enne, che della redazione di viale Palmanova è stato fino a pochi mesi fa una colonna - è perché venne costruito cosí. Sul campo, vicino alla gente.
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