In corte Morpurgo a Udine i classici rivisitati da Rizzardi e Barzan
Venerdì sera alle 21 CanTSonalia, show in equilibrio tra teatro di parola, concerto e performance. Saranni eseguiti testi , tra gli altri, di Modugno e Celentano

Che cosa resta di una canzone quando le si sfila la musica? È una domanda, tanto semplice quanto spiazzante, da cui si forma “CanTSonalia”, il progetto che Stefano Ryzardus Rizzardi, insieme al musicista Arno Barzan, presenterà venerdì 31, alle 21, in Corte Morpurgo, a Udine. Uno show difficile da etichettare, in equilibrio fra teatro di parola, concerto e performance, dove i grandi classici della canzone italiana vengono privati della loro veste più riconoscibile per rivelare un’altra anima.
Niente cover, niente imitazioni. Rizzardi recita proprio i testi, senza note e quasi sempre prive di canto. Barzan, invece, costruisce un paesaggio sonoro in continua trasformazione: improvvisa, cita, allude, si allontana e poi ritorna alle melodie originali senza mai riprodurle fedelmente. Il risultato è un continuo gioco di riconoscimenti e sorprese. «Il lavoro di Arno, spiega Rizzardi, si ispira chiaramente a figure quali Frank Zappa e Keith Emerson. Il suo approccio non è mai stato quella della cover band, bensì un impegno compositivo in tempo reale, in cui il riconoscibile e l’inatteso coesistono e si alternano».
«La curiosità era capire se questi “scritti” da soli potessero reggersi in piedi anche senza la musica», racconta Rizzardi. Una scommessa che coinvolge pagine entrate nella memoria collettiva: da “Volare” di Domenico Modugno al “Ragazzo della via Gluck” di Celentano, e poi ancora Luigi Tenco, Lucio Dalla, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Ivano Fossati e Fabrizio De André. I decenni coinvolti sono quattro: dai Sessanta di Morandi ai Novanta di Fossati, attraversando i Settanta di Guccini e gli Ottanta degli Stadio.
Non è una scelta casuale. Sono brani che raccontano storie, evocano personaggi, costruiscono immagini. Parole che possono essere ascoltate come fossero dei piccoli racconti teatrali, senza perdere d’intensità. Anzi, proprio l’assenza di armonia costringe lo spettatore a soffermarsi sul significato, a scoprire le sfumature che spesso sfuggono quando il canto prende il sopravvento.
Per chi appartiene alla generazione di quel meraviglioso gruppo di artisti, c’è anche un inevitabile coinvolgimento emotivo. Quelle canzoni sono il paesaggio sonoro dell’infanzia e della giovinezza, ricordi condivisi che riaffiorano in una forma completamente diversa. È qui che si scopre il vero fascino di “CanTSonalia”.
Anche il musicista evita ogni strada prevedibile. Il pianoforte non accompagna la recitazione, ma dialoga con essa attraverso improvvisazioni, variazioni jazzistiche e continue deviazioni. Le melodie emergono per un istante, quasi come un ricordo, per poi dissolversi in un linguaggio musicale autonomo.
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