Cazzullo: «La memoria familiare smuove ancora le coscienze»

GORIZIA. La memoria nazionale commuove quando dentro c’è la memoria familiare. Per condividerla, tramandarla e trarne insegnamento, è poi essenziale la condivisione. Anzi, potremmo dire che dal momento che la storia diventa “social”, potrebbe pure incarnarsi nelle nuove generazioni.
Tutte riflessioni che si legano a due delle ultime opere del giornalista ed editorialista del Corriere della sera Aldo Cazzullo (foto), che in questi giorni sarà in Friuli Vg per presentarle al Festival èStoria, dedicato ai “Giovani” e a Ronchi, (sabato alle 17, a Villa Vicentini Miniussi con il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno).
“Possa il mio sangue servire” (Rizzoli), è una raccolta di storie di uomini e donne che hanno resistito al nazifascismo: socialisti, comunisti, monarchici, studenti, militari, religiosi. In appendice si trovano raccolte tante testimonianze di persone che hanno attinto dai propri ricordi familiari per inviare una nota o un pensiero al giornalista tramite il web e i social network.
Lo stesso è avvenuto con il volume scritto da Cazzullo “La guerra dei nostri nonni” (Mondadori), che troverà pure spazio in questi giorni a èStoria. Il volume sarà presentato sabato (alle 20.30) come un reading dove la Grande Guerra sarà proposta in una visione senza eroi, sulle tracce di persone comuni, fonti della trasmissione della memoria civile e familiare.
Lettere, diari e testimonianze insisteranno cosí sulla forza morale di chi ci ha preceduto, all’origine dell’Italia non nome geografico, ma nazione.
In questi lavori emerge molto la ricerca di un vero significato per l’identità nazionale…
In ogni famiglia c’è una testimonianza della guerra. Nonni, zii, figli perduti sono in realtà presenze ancora vive nel caratterizzare le scelte e il carattere di un popolo. La memoria familiare, inserita in quella collettiva, riesce ancora a smuovere gli interessi, le coscienze.
È questa la chiave del successo di questi suoi ultimi due libri?
Il primo ha venduto migliaia di copie, forse perché in ognuno di noi c’è una traccia di un passato comune. In realtà, credo che siamo piú legati all’Italia di quello che pensiamo ed è importante in questo mondo cosí globalizzato. Ci sono poi anche degli aspetti negativi, come la tanta accondiscendenza verso il fascismo e le nostre autoassoluzioni, come quella verso il popolo ebraico. In base a questi ricordi ancora oggi scontiamo il peso delle adesioni “di pancia”, a cui non sappiamo sottrarci.
Nella guerra raccontata nei suoi libri non ci sono eroi, ma soprattutto fanti e contadini.
Non mi piace parlare di eroi, ma di “protagonisti”. Ogni generazione ha la sua guerra. Oggi i giovani devono liberarsi dalla sfiducia, dalla rassegnazione. Anche se ci sono tanti italiani che ci fanno vergognare, ce ne sono tanti altri di cui essere orgogliosi. Penso ai tanti piccoli imprenditori che vendono casa per non licenziare i dipendenti, ai militari nelle missioni di pace, alla nostra attitudine al dialogo, alla cultura umanistica e cristiana. Nel complesso, sono fiducioso, non ottimista.
In tutto questo come vede i giovani d’oggi?
Tra tanti cattivi esempi possono ancora ripensare a un tempo non lontano in cui l’Italia era una cosa seria. In ogni caso, è l’unico paese che abbiamo. Vorrei che non credessero di essere nati nel paese sbagliato. Essere italiani non è una sfortuna ma un’opportunità, una responsabilità per il nostro patrimonio e le nostre virtú civili.
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