Battiston a Bookweek: «L’energia? È la chiave per capire la grammatica del presente»
Il fisico sperimentale ospite a Gorizia Capitale con il suo libro dedicato all’impatto della termodinamica sulle nostre vite: «Economia, benessere, libertà: tutto è organizzazione di flussi energetici»

«Si perde la grammatica del presente». Roberto Battiston, fisico sperimentale dell'Università di Trento e già presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana, risponde così a chi gli chiede cosa smarrisca un cittadino che non sa leggere il mondo attraverso l'energia. «Non intendo le equazioni, ma l'intuizione che quasi tutto ciò che chiamiamo economia, benessere, tecnologia, persino libertà di movimento, è organizzazione di flussi energetici. Se questa connessione non si vede, la bolletta sembra una questione privata, il clima una questione morale, la guerra una questione diplomatica. Invece sono capitoli della stessa storia. Chi non capisce l'energia è più esposto agli slogan, perché non riesce a distinguere tra ciò che è fisicamente possibile, ciò che è economicamente conveniente e ciò che è solo propaganda con interessi precisi».
Il suo ultimo libro, Energia. Una storia di creazione e distruzione (Raffaello Cortina, 2025), prova a rendere visibile quella connessione: dal Big Bang alla bolletta del gas, passando per la geopolitica delle terre rare e i data center dell'intelligenza artificiale. Battiston lo presenta oggi, 12 giugno, alle 18.30 a Palazzo de Grazia a Bookweek Gorizia Capitale, l’evento organizzato da Gruppo Nem- Il Piccolo, in dialogo con Marco Panara.
Nel libro dedica un capitolo al corpo umano come macchina termodinamica: il cervello da venti watt che produce pensieri. Guardare un essere umano e vedere prima di tutto un problema di bilancio energetico è davvero una riduzione crudele?
«Conoscere il nostro funzionamento non ci riduce: ci restituisce profondità. Sapere che siamo anche una macchina termodinamica non vuol dire negare i sentimenti, la coscienza, la memoria. Vuol dire capire quanto sia straordinario che da un corpo finito, fragile, dissipativo, emergano il pensiero, l'immaginazione, la libertà. Non è poco romantico sapere che il cervello lavora con una potenza modestissima: è vertiginoso pensare che da così poca energia, amministrata benissimo, nascano idee, visioni, relazioni».
In un suo recente articolo sostiene che la domanda "chi paga?" è la forma politica del Secondo principio: il conto della crisi climatica l'hanno pagato gli oceani, i ghiacci, i non nati. Come è arrivato a convincersi che la termodinamica e la giustizia sociale parlino la stessa lingua?
«La termodinamica dice una cosa semplice e molto severa: ogni trasformazione ha un costo, nulla è gratis, ogni ordine locale produce altrove un disordine. La politica entra quando ci chiediamo dove abbiamo messo quel costo e su chi lo abbiamo scaricato. Per decenni abbiamo costruito crescita e comfort trattando l'atmosfera come una discarica gratuita e il futuro come un soggetto senza voce. La giustizia comincia quando i costi nascosti diventano visibili».
La transizione sposta la dipendenza dal petrolio al litio, al cobalto, alle terre rare. Dal punto di vista fisico, cosa cambia davvero?
«Il petrolio lo bruciamo una volta sola, i minerali servono per costruire infrastrutture e batterie che durano anni e possono essere riciclate. Ma se non governiamo filiere, diritti del lavoro e diversificazione geografica, rischiamo di sostituire una dipendenza con un'altra. L’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea) segnala che la Cina raffina 19 dei 20 minerali strategici con circa il 75% della capacità mondiale. La transizione non elimina la geopolitica dell'energia: la sposta più a monte, dentro le catene del valore».
Chi è escluso dall'energia è escluso dal futuro, scrive citando Amartya Sen. Chi decide chi ha diritto allo sviluppo energetico?
«L'accesso all'energia è una condizione minima di dignità, non un privilegio. Ma in pratica decidono il costo del capitale, il rischio-Paese, il debito. Oggi 600 milioni di africani non hanno ancora accesso all'elettricità. L'Africa non deve essere trattata come il luogo dove il mondo va a prendere minerali o a compensare emissioni, ma come uno dei luoghi in cui si decide il futuro energetico globale».
Sul nucleare scrive che "la retorica pro o contro sostituisce l'analisi con l’identità". Con quale argomento si rivolgerebbe a chi ha votato no due volte?
«Le ragioni erano figlie di eventi reali, e di una sfiducia profonda nella capacità dello Stato di gestire sicurezza, costi e rifiuti in modo trasparente. A chi ha votato no non direi "vi siete sbagliati", direi: proviamo a fare un'analisi senza bandiere. I documenti ufficiali italiani collocano l'eventuale contributo del nuovo nucleare dal 2035 in poi. La domanda seria non è "nucleare sì o no", ma quale combinazione di tecnologie ci consente di decarbonizzare senza mentire sui tempi».
Il consumo energetico dell'intelligenza artificiale raddoppia ogni pochi mesi. Qualcuno sta facendo i conti seriamente?
«Finalmente sì, ma non abbastanza. L'Iea stima che i data center abbiano consumato circa 415 TWh nel 2024, l'1,5% dell'elettricità mondiale, e potrebbero arrivare a 945 TWh nel 2030. La vera domanda è se sapremo localizzare i data center dove c'è produzione pulita, invece di lasciarli crescere in modo opaco e trainato dal gas».
Lei porta argomenti fisici in un dibattito dove gli interessi economici sono enormi e spesso mascherati da argomenti tecnici. Chi garantisce che anche lo scienziato sia immune dagli interessi?
«Non penso affatto che lo scienziato sia immune dagli interessi. Anche lo scienziato ha valori, sensibilità, talvolta pregiudizi. La differenza sta nel metodo: rendere esplicite le ipotesi, distinguere i dati dalle preferenze, accettare la critica, correggersi quando i fatti smentiscono le tesi. La neutralità assoluta non esiste. Esiste la disciplina dell'onestà intellettuale».
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