Viaggio nell’architettura fascista, un libro racconta Marcello Piacentini
Il saggio di Paolo Nicoloso e Emre Yurdakul sul noto progettista che ha ideato l’Eur e le stazioni di Milano e Firenze

Dall’Eur alla Sapienza di Roma, dalla Stazione Centrale di Milano a quella di Firenze Santa Maria Novella, dal Foro Italico al Palazzo delle Poste di Napoli; e poi Latina, Sabaudia, Aprilia: l’Italia è costellata di edifici, monumenti e persino città di eredità fascista.
La lista di Piacentini, saggio a cura di Paolo Nicoloso e Emre Yurdakul, edito da Gaspari, ripercorre la genesi di molti dei palazzi che ancora oggi dominano lo scenario delle nostre città. Al centro dello studio vi è la figura di Marcello Piacentini, il più noto architetto italiano durante il fascismo nonché fedele amico di Mussolini.
Il suo elenco dettagliato dei concorsi di architettura svolti durante il regime avrebbe dovuto costituire, almeno all’apparenza, la prova di una gestione trasparente degli incarichi, ma gli studi hanno rivelato una realtà ben diversa: la macchina dei concorsi è stata uno straordinario strumento di potere e monopolio, ha dato vita a una gestione clientelare e completamente pilotata dall’alto e ha distribuito, per anni, gli incarichi tra i soli e pochi favoriti.
Gli stessi membri nelle giurie, gli stessi partecipanti ai bandi e, soprattutto, una sola linea precisa da seguire, ispirata al razionalismo e al classicismo neo-romano. L’aspirazione di Piacentini era chiara: raggiungere una completa unità stilistica, espressiva dei valori del regime, caratterizzata da opere architettoniche monumentali che trasmettessero senso di potere e stabilità non solo al nostro Paese ma anche al resto del mondo. Così, rivela lo studio, persino gli edifici costruiti in Etiopia non avrebbero dovuto richiamare “ibride forme coloniali”, ma essere portatori dell’estetica italiana fascista “esattamente come facevano gli antichi romani nelle terre del loro Impero”.
I più favoriti in questo oscuro meccanismo erano gli esponenti della Facoltà di architettura romana, all’interno della quale, tuttavia, non mancavano conflittualità tra i suoi docenti più in vista: Piacentini e Giovannoni. La loro gestione monopolistica non a tutti, però, passò inosservata e tra le pagine dello studio si rivela che qualche timida denuncia provò a farsi strada, ma venne ben presto silenziata dal regime, che si limitò a conferire gli incarichi a coloro che avevano alzato la voce.
Se la prima parte dello studio di Paolo Nicoloso si concentra sull’Italia, la seconda, curata da Emre Yurdakul, sposta lo sguardo all’estero, su alcuni dei principali concorsi riportati nella lista e a cui parteciparono architetti italiani: il Teatro dell’Opera di Belgrado, la città universitaria di Bratislava, il Mausoleo di Atatürk e infine il Municipio di Sofia, ultima e svanita occasione di esportare l’architettura fascista nel mondo.
Nicoloso e Yurdakul firmano così un brillante lavoro che svela tutto ciò che c’è stato dietro alle monumentali facciate dei palazzi d’età fascista.
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