La Lignano di Marcello D’Olivo: «Mio papà non amerebbe i grattacieli»

Il giornalista e figlio dello storico architetto presenta il suo testo al PalaPineta con Massimo Somaglino. Il ricordo di papà Marcello, la passione per il cinema e il giornalismo di oggi

Sara Del Sal

Tra gli ospiti al PalaPineta, ad assistere a “Ricuarts di Pinete”, un testo che ha scritto e che è stato adattato in friulano per andare in scena, alle 18. 30, interpretato da Massimo Somaglino, ci sarà anche Antonio D’Olivo. La produzione del Teatri Stabil Furlan arriva a Lignano grazie a una collaborazione tra la Società Lignano Pineta, presieduta da Giorgio Ardito e l’Arlef, l’agenzia regionale per la lingua friulana. Giornalista e critico cinematografico, D’Olivo, come suggerisce il cognome è altresì il figlio di Marcello D’Olivo, l’architetto che ha creato la famosa “chiocciola di Lignano”.

Lei conosce il friulano?

«Qualche parola, essendo andato via da Udine dopo la prima elementare per trasferirmi a Roma, non lo conosco benissimo, ma sono convinto che ascoltando con attenzione sarò in grado di capire. È una lingua che fa parte del mio cuore anche se non la conosco poco».

Che effetto le fa tornare a Lignano?

«Venendoci fin da quando avevo 3 o 4 anni, per me è come una seconda casa. È sempre stato piacevole tornare, anche perché vedere le cose di mio padre mi ha sempre emozionato. Anche io sono un architetto, nonostante abbia poi fatto il giornalista, e questa Lignano, che ha avuto una genesi così singolare, con Hemingway che è venuto a vederla, genera un bagaglio di ricordi. È una città che ho sempre amato e che sempre amerò anche perché Giorgio Ardito e prima suo padre, hanno continuato ad arricchirla rendendola un gioiellino».

Dopo tanti anni come trova il progetto di suo padre?

«Lui avrebbe preferito che non ci fossero grattacieli perché voleva case al massimo di 3 o 4 piani. La speculazione edilizia ha cambiato un po’ l’aspetto che lui aveva pensato per Lignano visto il suo amore per l’arte e la natura».

Da architetto a giornalista. Come è stato questo passaggio?

«Da studente di architettura mio padre mi ha spedito sul suo quartiere in Iraq a Baghdad, dove stava costruendo il monumento al milite ignoto. Sosteneva che “un architetto deve assolutamente vedere come la sua opera, disegnata su matita o china, diventava una realtà”. In quegli anni c’era la guerra con l’Iran e di notte la periferia veniva bombardata. Conosceva la mia passione per il giornalismo e mi ha sempre detto: “laureati e poi fai quello che vuoi”. Era molto aperto e infatti poi era anche molto contento della mia professione che è partita dalla carta stampata e poi è proseguita in radio Rai»

Come è cambiato il mondo del giornalismo?

«Le notizie, con le fake news e l’intelligenza artificiale e persone ai posti di potere che non sono più quelli del passato, sono un po’ peggiorate come un po’ tutto. È tutto più velocizzato, anche i rapporti umani e le amicizie. La fretta non permette di elaborare un concetto come un tempo e la situazione internazionale è molto ingarbugliata».

Nel mondo del cinema contemporaneo, c’è qualcuno che ancora sa raccontare il mondo che ci circonda?

«Paolo Sorrentino, con La grazia ha anticipato i tempi. Nanni Moretti con i suoi film ha parlato di una generazione che non c’è più e anche lui aveva anticipato l’abbandono di Papa Benedetto XVI. Un altro regista che ha saputo sempre fotografare una realtà dei giovani in modo preciso è Carlo Verdone, che ha ammesso a me che ho scritto un libro su di lui, che la velocità con cui tutto cambia rende difficile riuscire a farlo ancora oggi».

Come si riconosce la qualità di un film?

«Si deve conoscere la grammatica del cinema, aver visto i film capisaldi della storia del cinema, conoscere l’opera del regista, intendersi di fotografia e sceneggiatura: si deve avere una esperienza ampia che va arricchita con storia, letteratura, fantascienza, fumetti, storie d’amore. Si deve avere una conoscenza ampia per criticare un film».

Tornando a suo padre: cosa c’era oltre l’architetto?

«Un grande cuoco e una persona che mangiava molto, un uomo affabile, colto, che dormiva poco ma leggeva tutta la notte. È stato amico di personaggi importanti, da De Chirico a Ungaretti a Leonardo Sinisgalli a cui ha progettato una vita a Pineta, era amico di Orson Welles, di Pasolini: persone che io ho incontrato nella mia adolescenza in pranzi ricchi di discorsi che allora non capivo fino in fondo ma mi affascinavano».

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto