A Dedica lo sguardo sul mondo di Pérez-Reverte

Lo scrittore ha inaugurato la rassegna e ricevuto il sigillo della città di Pordenone. «Siccome non leggiamo più, commettiamo gli stessi errori del passato»
Gabriele Giuga
Nella foto, un momento dell’incontro al teatro Verdi
Nella foto, un momento dell’incontro al teatro Verdi

PORDENONE. «Sono onorato dell’omaggio che rappresenta essere il protagonista di “Dedica”, e se “sopravvivo” all’intensa settimana che mi attende lo ricorderò tutta la vita».

È il saluto tra lo scherzoso e il commosso di Arturo Pérez-Reverte, protagonista a Pordenone della trentesima edizione del festival, organizzato dall’associazione culturale Thesis e al via sabato 16 marzo con un vero e proprio bagno di folla.

Un incontro intenso grazie a un teatro comunale pieno - «in Spagna sarebbe impensabile» confida dietro le quinte - e alla consegna del sigillo della città. Il vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Pordenone, Alberto Parigi, plaude alla «scelta intelligente di “Dedica”, per lo “sguardo realistico, ma non cinico» di Arturo Pérez-Reverte. Uno sguardo che si condensa in un’immagine di fatto molto efficace.

«Viviamo, tutti, i minuti prima dell’esecuzione – afferma lo scrittore – si tratta soltanto di scegliere come trascorrerli». Drastica, indiscutibile, realistica, è questa la visione del mondo che la guerra ha insegnato ad Arturo Pérez-Reverte, reporter di guerra prima, passato alla scrittura quando «nel corso della guerra dei Balcani – racconta nella conferenza stampa che anticipa l’incontro con il pubblico – mi sono reso conto che il giornalismo di guerra, come lo avevo vissuto io, era ormai finito» e autore dall’enorme successo.

Narratore spagnolo dalla scrittura cruda, diretta, immediata e allo stesso tempo ricca e complessa, affascina per la sua indiscutibile capacità di descrivere l’umanità, il bene e il male soprattutto di cui è fatta, con assoluta naturalezza.

Anche ad ascoltarlo raccontare di torturatori, stupri, devastazioni, tutto ciò di cui si compone una guerra, emerge più che la drammaticità, l’innata predisposizione al male dell’uomo.

«La guerra è uno stato naturale – osserva – è che in Occidente credevamo stupidamente fosse qualcosa di strano che avviene, emarginato dalle nostre vite, ma quando guardiamo al passato ci rendiamo conto che da Troia a oggi è cambiata solo la tecnica, gli strumenti, i droni al posto del cavallo, il meccanismo però è lo stesso: l’uomo è un animale pericoloso che affronta e risolve i suoi problemi con violenza, con la legge del più forte.

Quello che accade in Ucraina ora è naturale, non lo è, invece, parlarne in un contesto letterario e in termini civili come facciamo noi (e deve essere così, ci mancherebbe) perché l’umanità non vive nel dialogo. E siccome non leggiamo più, abbiamo perso la capacità di interpretare il presente alla luce del passato».

Un male che va conosciuto perché lo si capisca prima che arrivi, non evitato. «Parlare con un uomo del male è più interessante del dialogo con una brava persona. Una volta, in Angola, ho intervistato un torturatore mercenario portoghese.

Sentivo le urla delle sue torture, poi siamo andati a bere una birra. So che non sarebbe normale, ma ho imparato sulla vita e sulla morte più in quell’incontro che leggendo molti libri. Non ascoltare la malvagità non ci esclude dal subirla».

La guerra, la storia, il mare, i libri, le donne, eroi, trafficanti, sono alcuni dei temi dell’imponente produzione di Arturo Pérez-Reverte, insignito dalla Corona spagnola al merito navale, Cavaliere di Francia dell’Ordine delle Arti e delle lettere.

«A differenza del mio amico Javier Marías, che voleva sin da piccolo scrivere la vita, io volevo prima viverla, incarnare i personaggi di cui leggevo».

Meticoloso, curioso, appassionato, scrive “L’italiano” come omaggio a un Paese che ama più degli altri «la mia storia d’amore con Italia è lunga e appassionata, intanto perché sono mediterraneo e quando vengo qui mi sento a casa, è la mia memoria, il mio sangue».

Non ha dubbi sul futuro della letteratura, «ormai finita, ha un futuro invece la narrazione perché l’essere umano avrà sempre bisogno di narrazione, magari con altri supporti narrativi».

Né ha dubbi sulla superiorità delle donne «ho visto la loro fierezza, la solitudine, la paura, l’amarezza, il sentirsi in pericolo, la paura della morte. Non c’è animale più pericoloso di una donna ferita o creatura più fedele di una donna innamorata. Sa colpire e distruggere con efficacia, e se ama protegge in modo assoluto. La frase più bella che un uomo può sentirsi dire non è “ti amo”, ma “dormi, adesso veglio io”».

Pubblico rapito, inevitabilmente, chiudono con emozione l’avvio di “Dedica” 2024 ad Arturo Pérez-Reverte, e si danno appuntamento per l’intensa settimana che li aspetta, tutti, protagonista compreso.

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