8 settembre 1943, il Friuli e l’armistizio

Settanta anni fa. Scorro il giornale di oggi e mi sorge il dubbio di avere sbagliato secolo. L’Italia sempre spaccata in due. Ma chi sono quegli Orazi e Curiazi, o quegli interventisti e neutralisti della grande guerra e ancora adesso questi amici e nemici di Arcore? Ci penso un po’ e mi dò la risposta: se dai Guelfi e i Ghibellini siamo arrivati sino qua, superando invasioni, guerre, scannamenti, carestie e quant’altro di peggio ci potesse capitare, significa che la realtà italiana non si può inventare; con essa si può bluffare, addirittura scambiando sconfitte per successi e quindi assecondando una divisione connaturata e un equivoco permanente. Le guerre, per esempio, gli armistizi e i dopoguerra...
Settembre, andiamo - scriveva il poeta - è tempo di migrare. Quel tempo si ripetè settant’anni fa, ma anziché i pastori d’Abruzzo dannunziani avviati al mare c’erano i soldati e la popolazione civile italiana che non sapevano dove andare e che fare, perché gli avvenimenti si succedevano in un’atmosfera di difficile comprensione: dell’ultimo fu data notizia l’8 settembre 1943.
Il Capo del Governo del sud Pietro Badoglio parlò all’Eiar e il giorno dopo il quotidiano di Udine Il popolo del Friuli, listato a lutto, riportò l’intervento: «Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure per la Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
Era trascorso soltanto poco più di un mese da quando il Gran Consiglio del fascismo aveva sfiduciato Mussolini, arrestato poi per ordine di Vittorio Emanuele III, che trasferiva l’incarico a Pietro Badoglio. Come era accaduto allora, anche all’annuncio dell’armistizio l’Italia si ubriacò di felicità, pensando che la guerra fosse finita. Ma l’allegria durò poco, giusto il tempo di capire l’ambiguità del messaggio di Badoglio, che faceva il paio con quanto il maresciallo d’Italia aveva affermato dopo il 25 luglio («la guerra continua, l’Italia mantiene fede alla parola data»).
E allora, che si fa? La guerra è finita o no? I nostri nemici sono ancora gli americani o lo sono diventati i tedeschi? Nessuno era in grado di dare risposta; intanto una nave si dirigeva a Brindisi, che sarebbe diventata la capitale del regno del sud; a bordo c’erano il re, Badoglio con i suoi ministri e una sovrabbondante schiera di burocrati fuggiaschi che avevano intuito la brutta aria che tirava.Tutti a casa? Roma era stata abbandonata al suo prevedibile brutto destino; i Comandi militari si erano dileguati con una rapidità tale da dimenticare in un cassetto i piani strategici; nessun ordine era stato dato alle Forze armate sparse nella penisola e men che meno a quelle sperdute nel gelo russo o sugli altri fronti all’estero.
Anche in Friuli cominciò a diffondersi la paura, per due ragioni: la prima era la comunanza di confine con la Jugolavia, dove covava un odio viscerale contro l’Italia fascista; la seconda, era la presenza di reparti tedeschi poco lontano da Tarvisio. Un assillante interrogativo turbava inoltre le famiglie: che ne sarebbe stato dei tanti giovani in armi, lontani dall’Italia e coinvolti in chissà quali drammatiche situazioni? Erano dunque reali i motivi per temere le ripercussioni di una situazione generale confusa e controversa. E infatti già la sera stessa dell’8 settembre i tedeschi stanziati nella zona di Villaco cominciarono la calata da Tarvisio verso Udine, trovando una prima quanto vana opposizione da parte di un reparto di alpini al confine: 24 penne nere caddero nello scontro. Furono le prime vittime della Resistenza.
Il 15 ottobre, giorno della dichiarazione di guerra del Governo Badoglio alla Germania, si apprese quale destino avrebbe avuto il Friuli secondo i piani tedeschi. In un comunicato pubblicato con grande evidenza dai giornali si leggeva testualmente: «Nella zona di operazioni Litorale Adriatico, comprendente le province di Trieste, Lubiana, Gorizia, Friuli, Istria e Quarnaro, unitamente ai territori incorporati di Sussak, Buccari, Concanera, Castua e Veglia, il Gauleiter e Governatore del Reich dottor Rainer ha assunto tutti i poteri pubblici civili quale Supremo Commissario nella zona di operazioni Litorale Adriatico. Tutte le autorità e gli uffici pubblici di questa zona sottostanno al Supremo Commissario. Le funzioni civili finora esercitate dalle forze armate tedesche sono passate agli uffici del Supremo Commissario».
In pratica, il Friuli non era più italiano e il Governo della Repubblica sociale, fondata a Salò da Mussolini dopo la sua avventurosa liberazione con gli alianti tedeschi sul Gran Sasso, non avrebbe potuto contrastare quelle decisioni volute personalmente da Hitler.
Le caserme nella regione erano state abbandonate; rimasti senza ordini, senza superiori e senza mezzi di trasporto, i soldati non avevano esitato a dileguarsi in fretta e a nascondersi per non essere costretti a scegliere tra l’adesione al risorto fascismo e la deportazione in Germania. La cerchia alpina friulana divenne rifugio per quanti avevano deciso di non collaborare né con una né con l’altra parte; si formarono primi nuclei di partigiani che via via aumentarono di numero e acquisirono consapevolezza del ruolo che avrebbero potuto avere nella rinascita dell’Italia. Si formarono così le prime formazioni partigiane, che nel Friuli Venezia Giulia si caratterizzarono anche per l’ideologia politica che le ispirava: la Garibaldi era fondamentalmente comunista, alla Osoppo aderivano - con il sostegno di larga parte del clero - democristiani, socialisti, liberali e azionisti.
Avevano in comune l’obiettivo primario: la cacciata dei tedeschi che avevano occupato la regione; li differenziavano le prospettive finali dell’Italia. I garibaldini erano mossi dalla volontà di vedere il Paese impostato per un futuro nell’universo sovietico; gli osovani guardavano con fiducia al sistema occidentale, nella speranza di ridare agli italiani quella libertà negata per un ventennio. Questa differenza di fondo tra le forze partigiane in Friuli complicò non poco i rapporti all’interno della Resistenza, che conobbe momenti di forte tensione e di eccezionale drammaticità: emblematico rimane l’eccidio di Porzûs, dove una compagine garibaldina massacrò 19 osovani.
Con la primavera dell’anno successivo arrivò l’aria della libertà, conquistata con i grandi sacrifici che incominciarono quel giorno di 70 anni fa, quando l’Italia, bifronte come sempre, si presentò ai vincitori col cappello in mano e una carta da firmare.
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