Vergarolla 1946, colpo di coda di una guerra non ancora finita

UDINE. La strage di Vergarolla, presso Pola, dove il 18 agosto 1946 esplose un deposito di residuati bellici, rappresenta uno dei tanti “buchi neri” che costellano la storia di queste terre.
All’epoca la città è un’enclave angloamericana dal destino incerto (anche se appare probabile l’assegnazione alla Jugoslavia) e mentre sulla spiaggia è in corso una gara natatoria organizzata dalla società “Pietas Julia”, la catasta di mine posizionata poco distante scoppia, causando 66 morti e una cinquantina di feriti.
Le inchieste che seguono stabiliscono che si è trattato di atto doloso, ma non indicano responsabili o finalità. Vergarolla rimarrà così uno strascico della Seconda guerra mondiale inserito nella convulsa stagione in cui si decidevano i confini.
Largamente strumentalizzato, come tanti fatti di sangue di allora, ma con contorni incerti. E’ opinione diffusa, anche se non provata, che l’eccidio sia da imputare a forze titine intenzionate a colpire e intimidire la comunità italiana di Pola.
D’altro canto appare poco credibile la scelta di compiere un attentato così efferato nei giorni in cui la comunità internazionale stava decidendo sui confini. Forse ad agire potrebbero essere stati dei “cani sciolti” sfuggiti al duro ma razionale operato dei servizi jugoslavi (pochi mesi dopo, da parte italiana, avremo l’assassinio del generale De Winton da parte di Maria Pasquinelli).
Molto meno probabile l’ipotesi di un incidente; esclusa tassativamente dalle inchieste, anche se in precedenza di analoghe esplosioni accidentali ce n’erano state due. Va detto però che gli alleati non intendevano assumersi nessuna responsabilità, neanche in merito alla scarsa sorveglianza degli esplosivi.
Aiutarono le famiglie, precisando che si trattava di una liberalità, non di un risarcimento, non dovuto dell’amministrazione a nessun titolo.
Anche il libro “Vergarolla 18 agosto 1946”, recentemente scritto dal ricercatore Gaetano Dato, non arriva a conclusioni certe. Fa emergere però quel groviglio vettoriale che è all’origine di parecchi “buchi neri” del Nordest.
Forse allora non si volle scavare subito a fondo su Vergarolla, nel timore di un’accelerazione della Guerra fredda, che facilmente sarebbe potuta diventare calda in quei punti di frizione, come la Venezia Giulia, che costituivano i test attraverso i quali il nuovo conflitto stava configurandosi, teorizza Dato.
Da molti documenti risulta anche che in quella stessa estate, forze italiane stessero preparando una guerriglia anticomunista in Istria, con notevoli quantitativi di armi che da Pola si stavano diffondendo nei vari comitati di salute pubblica della regione, i quali avrebbero potuto poi saldarsi con le sacche di resistenza dei nazionalisti croati e serbi, sostenute dagli Alleati e attive in varie zone della Jugoslavia.
Parlare di Vergarolla avrebbe costretto anche ad affrontare questi temi, pericolosi per la stabilità politica internazionale. Il “post hoc ergo propter hoc” è sempre un azzardo, ma, quasi paradossalmente, dopo Vergarolla viene meno, o si riduce fortemente, quel sostegno romano alla possibile guerriglia istriana, favorito anche da De Gasperi.
È quindi possibile che la strage sia avvenuta proprio per bloccare questa resistenza, che peraltro aveva i suoi promotori e i suoi giornali, come Il Grido dell’Istria. Vergarolla è stata la prima delle stragi che hanno insanguinato il Nordest, anche se quelle seguite a distanza di vari lustri sono parte di un periodo storico e di un contesto assai differente.
Anche se è improbabile che si arrivi mai a una verità suffragata da prove (salvo emergenze dagli archivi dei servizi sovietici, come nota Dato), una cosa è evidente: come scrisse Guido Miglia nel suo fondo sul giornale “L’Arena” di Pola il giorno dei funerali, Vergarolla faceva parte non della pace, ma di una guerra che in Istria non era ancora finita.
Seguiva alle foibe, alla guerra italiana nei Balcani e al fascismo, che avevano incrinato il rapporto con gli sloveni e i croati. Qualcosa insomma di più simile ai bombardamenti delle città nel corso del conflitto, che non alle bombe di piazza Fontana o di piazza della Loggia.
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