Varisco: la prevenzione per vincere la crisi

GEMONA. Il 6 maggio ha di certo un sapore speciale per Salvatore Varisco. Amaro ed esaltante insieme. È una data che per l’ex assessore regionale alla ricostruzione, uomo di riferimento della Dc in Fvg, parla la lingua del dramma, riporta a galla volti di tante vittime e scorci paesani che non ci sono più, ma rispolvera anche una delle migliori pagine di storia dei 50 anni di autonomia regionale.
Un fiore all’occhiello della nostra “specialità”, perché tale è stata e continua ad essere la gestione “in proprio” del Friuli terremotato. A 37 anni dal sisma, Varisco, uno dei padri della Regione e dei fautori del “miracolo” post terremoto, scansa quasi con imbarazzo gli elogi, per concentrarsi sulla prospettiva, sul domani, su quel che resta da fare. Il 6 maggio, per lui, diviene dunque occasione utile a pungolare la politica di casa nostra, oggi alle prese con una stagione poco gloriosa, affinché torni ad occuparsi delle emergenze. Una su tutte, grave quanto un sisma: la crisi. Farlo secondo Varisco si può, realizzando come nel post terremoto una sorta di pacificazione politica. Allora lo chiamavano arco sismico, facendo eco all’arco costituzionale dell’ultimo dopoguerra. «Oggi – suggerisce l’ex assessore – bisognerebbe superare i rigidi steccati partitici per dar corpo a un “arco di crisi” capace di far ripartire economia e sviluppo». Lo strumento che Varisco propone di rispolverare è quello della legge per il Friuli terremotato «che non è stata attuata fino in fondo – rileva -. Manca infatti la parte della prevenzione e dello sviluppo, che oggi può diventare leva strategica per uscire dalla crisi». Ormai da anni fuori dalla politica attiva, ma rimasto sempre un attento osservatore della cosa pubblica, il politico gemonese, classe 1928, intende proporre l’idea alla neo governatrice, Debora Serracchiani.
«Appena avrò occasione d’incontrarla – annuncia – la inviterò a riprendere in mano la norma, a fare un patto con lo Stato per dar corpo a un’importante opera di prevenzione sugli edifici capace di rompere il volano della crisi mettendo in moto l’economia, dando lavoro alle imprese, anzitutto edili, assicurando così occupazione, ma soprattutto garantendo la sicurezza della gente». Secondo Varisco questo sarebbe il modo migliore per onorare la ricorrenza del 6 maggio e l’opera di una classe dirigente «che 37 anni fa lavorò con il solo obiettivo di veder rinascere la propria terra». Il pensiero non può che saltare all’attuale classe dirigente, macchiata dalla vicenda giudiziaria relativa alle spese dei gruppi consiliari. Varisco si dice avvilito. Taglia corto: «Gli italiani avevano detto la loro sui finanziamenti ai partiti, chiedendo con un referendum di abolirli. Gli si è invece cambiato nome per mantenerli. Io li azzererei tutti». Tornando alla ricostruzione e al modello Friuli, il gemonese incappa in un ricordo. È il 12 maggio 1976 e a Gemona è atteso l’onorevole Aldo Moro. Lo accoglie, in una caserma Goi Pantanali divenuta quartier generale dei soccorritori, il presidente della Regione, Antonio Comelli. È in quell’occasione che il Friuli si guadagna la possibilità di gestire in proprio emergenza e ricostruzione. In una semplice domanda, che irrompe nella frenesia dei soccorsi e racchiude il senso di un essere “speciali” oggi a più riprese messo in discussione. «Ricordo ancora il modo in cui Moro guardò Comelli. Gli disse solo: “Ma ve la sentite?». E il nostro Presidente: ’Proviamo, se non dovessimo farcela, solo allora chiederemo aiuto allo Stato’. Bene, possiamo dire con orgoglio che ce quella scommessa l’abbiamo vinta», conclude Varisco per andare poi all’attacco di chi oggi mette in discussione l’autonomia. «Superata? Niente affatto – dice fermo -. L’abbiamo realizzata a seguito di un’assunzione di responsabilità che ha dato corpo a opere, al decentramento, all’esaltazione delle autonomie locali, alla rinascita dei paesi. La specialità non va superata, va semplicemente ripensata e arricchita di competenze. Di questa sfida – conclude – dovrà farsi carico il Presidente Serracchiani».
Maura Delle Case
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