Vaccinazioni a picco dopo l’allarme Fluad. I medici: così si rischia
UDINE. Era prevedibile. Anzi, era stato previsto. L’allarme generato a novembre dal blocco dei lotti di vaccino Fluad della Novartis, sospettati di aver provocato il decesso del paziente si è riverberato sulla campagna di vaccinazione e ora gli effetti si vedono al pronto soccorso, negli studi della guardia medica e negli ambulatori dei medici di base.
I dati sulla copertura vaccinale, per quanto parziali, parlano da soli. A fornirli è il dottor Giorgio Brianti (nella foto ndr) direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda per l’assistenza sanitaria 4 Friuli Centrale.
«Quest’anno – ragguaglia – abbiamo messo a disposizione 65 mila dosi di vaccino, ma l’adesione non è andata oltre il 43.3 per cento quando lo scorso anno era stata del 60 per cento. Basti pensare che su 88.800 ultra 65enni che avrebbero dovuto sottoporsi al vaccino, solo 38.500 hanno provveduto. Ovunque in regione la copertura è rimasta molto modesta: quella più alta è stata registrata nella Bassa friulana dove si è toccato il 50.8 per cento».
Non è andata meglio fra le persone a rischio per patologie, osserva il direttore del Dipartimento alludendo agli utenti che, a causa delle proprie condizioni di salute, corrono il rischio di avere maggiori complicanze. Stando alle stime nell’Azienda per l’assistenza sanitaria 4, ben 25.700 pazienti rientravano in questa categoria, ma solo 7.900 hanno effettivamente fatto ricorso alla vaccinazione, vale a dire solo il 30.8 per cento di coloro che ne hanno la necessità.
Ma a far riflettere maggiormente sono i dati sulle vaccinazioni fra gli operatori sanitari.
«Purtroppo i dati sono bassi – osserva Brianti –: basta dire che, nonostante la vasta campagna di sensibilizzazione avviata dall’Azienda ospedaliero universitaria Santa Maria della Misericordia fra i suoi dipendenti lo scorso anno, le vaccinazioni fra il personale non sono andate oltre l’8.3 per cento: per essere più precisi si sono vaccinati il 16 per cento degli specializzandi, il 18 per cento dei medici e il 5 per cento degli infermieri. Se si pensa – fa il punto Brianti – che negli Stati Uniti la media quest’anno si aggirava sul 72 per cento e si punta a una copertura dell’80 per cento, il confronto è arduo. Se gli operatori sanitari sono i primi a non fare ricorso al vaccino come possono farlo i pazienti?» si interroga.
Un’altra incognita poi, segnala Brianti, resta quella del virus H3N2 mutato dopo che, a febbraio scorso, era stata data indicazione sulla composizione dei vaccini e quindi più difficile da contrastare.
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