Un rischio da correre

Referendum
Segnala un rischio reale, Bertinotti, quando da presidente della Camera avverte che il referendum sulla legge elettorale può diventare un pericolo per la democrazia: è il Parlamento la sede naturale in cui affrontare un tema così strategico. Peccato che Bertinotti, da leader politico di lunghissimo corso, ignori un pericolo ben più grave e già presente da tempo: la manifesta incapacità del medesimo Parlamento di disegnare un sistema di voto.


Un sistema finalizzato all'interesse del paese, non a quello delle oligarchie di partito.

Il referendum è figlio di questa incapacità, che emerge anche nel dibattito attuale: per fare un esempio a dir poco scandaloso, quando il ministro delle Riforme dice sì a una vera soglia di sbarramento anti-frammentazione, ma nel 2016, o sta prendendo consapevolmente in giro gli italiani o ha smarrito perfino il comune senso del pudore; in entrambi i casi, porta ettolitri d'acqua al mulino dei referendari. Altrettanto fanno, anzi hanno già fatto, le poche dozzine di satrapi di partito che da destra a sinistra hanno espropriato gli elettori della possibilità di scegliere i rappresentanti in Parlamento, imponendo i loro troppo spesso mediocri pretoriani, sia con la lista bloccata che attraverso il meschino gioco delle tre tavolette rappresentato dalle candidature multiple.


Hanno dei precedenti inquietanti, oltretutto. Basta fare un piccolo ripasso della pletora di sigle e formazioni nate, morte e sopravvissute a partire dal 1994 (data di inizio della cosiddetta seconda repubblica, in realtà una copia taroccata della prima). Citando a caso, e chiedendo scusa per le involontarie omissioni: Patto Segni, Rete, Alleanza democratica, Cristiano-sociali, Rinascita socialista, Italia dei valori, Laburisti, Udr, Upr, Trifoglio, Girasole, Rinnovamento italiano, Elefantino, Comunisti unitari, Fiamma tricolore, Democrazia cristiana (!), Democrazia europea, Alternativa sociale, Rosa nel pugno... Per non parlare della fioritura di costituenti che stanno germogliando a sinistra dei Ds e di quelle che presumibilmente spunteranno quando anche nel centro-destra si cercherà di dare vita al partito unico. Davvero tutti gli equipaggi di questa regata del seggio riflettono il legittimo pluralismo politico degli italiani? O non rispondono piuttosto alla logica della meno legittima occupazione forzata di spazi politici a oltranza, spesso senza nemmeno pagare il plateatico visto che molti ci sono arrivati solo grazie ad accordi & ricatti con i partiti maggiori?


È a questa deriva e ai conseguenti vizi che dovrebbe porre rimedio una vera legge elettorale: oggi, non nel 2016. Altrimenti il referendum diventa una strada obbligata, anche se oggettivamente anomala. Certo, il rischio è che alla fine il sistema si prenda per l'ennesima volta gioco della volontà degli italiani, com'è già accaduto nel 1993 con il famigerato “Mattarellum” che ridusse il maggioritario a una ciofeca istituzionale, facendo rientrare dalla finestra partitini a frotte e avallando perfino il vergognoso fenomeno dell'one-man party, i partiti monopersona. Meglio, comunque, correrlo, questo rischio, che subire una legge magari perfino peggiore dell'attuale ed è davvero difficile immaginare cosa possa esserci di più degradante, per un momento chiave della democrazia, di un sistema definito dai suoi stessi inventori «porcellum».


C'è ancora tempo perché le non poche persone preparate e responsabili presenti all'interno degli schieramenti facciano prevalere il bene comune sul male di parte. Ma se dovessero soccombere o arrendersi al partito trasversale del gattopardo, non resterà davvero che un referendum da sostenere con totale impegno: se non altro per cercare di mettersi di traverso a Caligola quando vorrà nominare senatore il suo cavallo. Fosse almeno di razza.

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