Umberto Ricagno, oltre le torture

Catturato in Russia, il comandante della Julia fu restituito all’Italia solo nel 1950

Mancavano pochi giorni all’inizio della primavera, ma nelle sterminate terre intorno al Don il gelo la faceva ancora da padrone.Tra gli alpini disseminati nei numerosi campi di prigionia si era sparsa voce che in breve sarebbero incominciati i rimpatri: pur nell’incertezza, la speranza aveva ridato un po’ di calore a ufficiali e soldati della Julia, della Cuneense e della Tridentina, le tre Divisioni coinvolte nel dramma dell’Armir. Per il trasporto in Russia all’inizio delle ostilità erano stati necessari 200 treni con circa 50 mila uomini, al ritorno ne bastano 17 per 10 mila superstiti.

Il 6 marzo sono partite le prime tradotte per l’Italia e in un due mesi “l’operazione rimpatrio” per il Governo russo si è formalmente conclusa; purtroppo sono migliaia le famiglie per le quali l’attesa durerà per sempre. La stazione ferroviaria di Tarvisio è stata la porta di casa per migliaia di uomini che avevano sopportato sacrifici e angherie di ogni genere durante la pazzesca missione: la prigionia li aveva resi irriconoscibili agli stessi familiari che attendevano giorno e notte l’arrivo dei convogli sperando di riabbracciare il proprio congiunto.

Tra gli alti ufficiali che hanno sofferto più a lungo la condizione di prigioniero figura il generale Umberto Ricagno, comandante della Julia, protagonista di un’odissea durata sette anni.

Catturato il 27 marzo 1943 a Valujki,viene trasferito a Bobrov, dove rimane quattro giorni nel carcere giudiziario prima di essere avviato a Mosca. Qui è sottoposto a continue angherie, sino a quando compila il suo curriculo, in base al quale è destinato al campo 160, dove già si trovano 700 ufficiali dell’Armir. Il campo è una vecchia fortezza già adibita a convento di monaci; in ogni cella vengono rinchiusi una ventina di prigionieri che per dormire utilizzano pagliericci o castelletti di legno; sul muro esterno di una chiesa sconsacrata ci sono fori provocati da fucilazioni di persone sconosciute. Nei primi tre mesi di permanenza nel campo si è verificata una mortalità del 90 per cento: una strage di cui non si saprà mai tutti i nomi delle vittime.

Ricagno riprende il pellegrinaggio e viene assegnato prima al campo dei generali tedeschi di Voikova e poi al carcere giudiziario di Veronec assieme ai generali Emilio Battisti e Etelvoldo Pascolini, già comandanti delle Divisioni Cuneo e Vicenza. I responsabili del carcere li hanno sottoposti a un duro trattamento per ottenere dai tre ufficiali informazioni sulle forze armate italiane, ma dopo il dramma del Don ogni informazione non poteva essere che essere frutto di invenzione. L’istruttoria a carico di Ricagno e dei suoi colleghi si è protratta fino a tutto il 1949, quando vengono inviati in un campo dove ci sono ufficiali ungheresi e romeni. E finalmente arriva la primavera, sul calendario ma soprattutto nei cuori: il 6 maggio 1950 vengono consegnati all’ambasciata italiana di Vienna che provvede al loro rimpatrio. (s.g.)

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