Pontoni, il re della dance si racconta: «33 anni di Ceghedaccio, dalle nonne ai nipoti. La nostra forza? Emozionare»
Nato nel 1993, il Ceghedaccio è diventato un rito collettivo che richiama gente da tutta Italia:«Ho 20 mila vinili e non ho mai smesso di usarli. A mezzanotte si ballano i lenti, come una volta. Ora una nuova sfida sul demanio a Lignano»
Ha fatto ballare più di un milione di persone con le grandi hit degli anni ’70, ’80 e ’90 e si prepara a festeggiare il traguardo di “33 anni a 33 giri”. Renato Pontoni, alle soglie di un nuovo appuntamento con il Ceghedaccio, il prossimo 10 aprile alla Fiera di Udine, racconta il suo rapporto con la musica.
Da piccolo cosa sognava di fare da grande?
«Mi sono innamorato della musica da bambino. Mettevo le cassette di De Gregori e dei Pooh a casa. Ho sempre seguito la musica e il calcio».
È vero che lei è uno degli autori dell’inno dell’Udinese Calcio?
«L’ho scritto con due amici, ma non avremmo mai pensato di dare vita a un pezzo da 13 mila copie che è entrato a far parte di tantissime compilation».
Da dove nsce il Ceghedaccio?
«Dalla passione e dalla voglia di fare, unite alla curiosità di imparare sempre, oltre a saper ascoltare. Quando abbiamo iniziato a dare vita a questo evento non avremmo mai immaginato quello che sarebbe accaduto nel mondo della musica e in tutto quello che ci gira intorno».
Qual’era il vostro scopo?
«Emozionare il pubblico. Per noi, ancora oggi, la loro gioia è prioritaria».
In questi ultimi 33 anni i 33 giri, per un lungo periodo sono stati fuori dal mercato: come avete fatto a portare avanti questo modo di fare musica?
«Ho gestito per 20 anni un negozio di dischi, il Natural Sound, che oggi si occupa di altro. Allora mettevo i dischi alla Botte di Pradamano e collezionavo dischi per passione. Poi la musica si è fatta liquida, prima con i cd e poi con lo streaming, ma io non ho mai smesso di usare i vinili. Ne ho più di 20 mila».
Quando ha iniziato a fare il dj?
«A 17 anni. Allora suonavo al Milleluci di Pasian di Prato».
C’è una canzone che non può mancare nella sua scaletta?
«“Music” di John Miles. La porto nel cuore, ma nel Ceghedaccio l’inno è firmato da Falco: “Der Kommissar»”.
Che cosa significa Ceghedaccio?
«La parola in sé non ha un significato, ma è diventata ormai un brand di una manifestazione che, partita nel 1993, è cresciuta e dopo un percorso che la ha portata tra le discoteche del territorio. Dal 2004 è approdata in Fiera trovando la sua collocazione perfetta. C’è spazio per ballare, potersi sedere a sorseggiare qualcosa e anche per parcheggiare. Tutto con la massima sicurezza».
Qual’è la sua formula?
«Fermiamo il tempo per quattro ore. Come negli anni ’80 si inizia a ballare alle 20 e allo scoccare della mezzanotte arrivano i lenti. La musica però finisce verso l’1.30. La serata prevede esibizioni live, dj set, ospiti speciali, effetti luce, riprese video, un grande ledwall in cui vengono proiettate immagini in 3D, tra le quali non manca il nostro iconico furgone in versione animata, canzoni a richiesta e tante altre sorprese».
Com’è il vostro pubblico?
«Abbiamo raggiunto la terza generazione. Talvolta ci sono giovani che ci raccontano che sono anche le loro nonne ad aspettare il Ceghedaccio. Abbiamo un pubblico educato e ci piace che racconti in prima persona le emozioni che ha vissuto durante i nostri eventi».
Cosa li attrae?
«La voglia di esserci. Ci sono persone che partono da Roma, Vercelli, Milano, Pompei, con gli striscioni per segnalare la loro presenza. Con il passare degli anni abbiamo oltrepassato i confini del Triveneto e siamo noti ovunque. Ceghedaccio è anche l’occasione per un’uscita in compagnia: sono in tanti che partono insieme da aree diverse per passare una serata tra amici.
Quante storie d’amore ha visto nascere dalla consolle?
«Tantissime. In un’edizione del Ceghedaccio è stata anche concepita una bambina, a quanto ci hanno rivelato. Ma siamo stati anche forieri di tante separazioni».
Pontoni oggi è il cognome non di uno ma di due dj che animano ancora diversi eventi. Chi è Carlo P?
«Mio figlio. Condividiamo la consolle con selezioni musicali diverse, ma diamo vita ai progetti in sinergia».
C’è un progetto che non dimenticherà?
«Le serate con la musica del Ceghedaccio eseguita dall’orchestra sinfonica. L’orchestra del Ceghedaccio esibirsi al Castello Sforzesco, inoltre, è un ricordo che porto davvero nel cuore».
Recentemente si è parlato di voi quali aggiudicatari di una Concessione demaniale marittima: cosa farete a Lignano?
«Il futuro è imprevedibile. Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare al bando e a Carlo piace molto Lignano, così ci siamo messi in gioco. È una nuova avventura, che comporta un investimento economico senza dubbio importante, che ci apprestiamo a iniziare con tanto impegno e a testa bassa, come tutto quello che abbiamo sempre fatto».
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