Ucciso per difendere la figlia a Porcia, la difesa di Barberini: «Si faccia più chiarezza sulla morte di Marius»

Accertamenti sul defibrillatore, casa dissequestrata. La donna potrà tornare nell’abitazione insieme ai tre figli

Giulia Soligon

Via i sigilli dall’abitazione di via Zuccolo a Porcia, teatro lo scorso 29 maggio dell’omicidio in cui morì Marius Adrian Dorobantu, il cinquantanovenne di origini romene, che tentò di difendere la figlia dalla violenza dell’ex compagno Fabrizio Barberini finendone poi vittima lui stesso.

Il presunto assassino è in cella a Pordenone da dove continua a respingere l’accusa di omicidio volontario, sostenendo di essersi difeso da un’aggressione del padre dell’ex compagna.

L’immobile era stato messo sotto sequestro per non alterare la scena di una parte dei fatti accaduti quel giorno e raccogliere gli elementi utili agli investigatori a ricostruire tutte le fasi e la sequenza di una lite finita in tragedia, i cui contorni ancora non sono stati chiariti del tutto.

La lite, scoppiata in salotto, dove donna e padre erano stati colpiti alla testa con una bottiglia di vetro, si era poi spostata all’esterno, ristretta tra la vittima e l’ex compagno, vicino al quale, al momento dell’arrivo dei soccorsi, verrà ritrovata una pietra sporca di sangue, il cui utilizzo nel delitto è ancora in fase di definizione.

I sigilli

Dopo i sopralluoghi degli agenti della squadra mobile di Pordenone eseguiti nei momenti successivi al delitto e alcuni giorni più tardi, l’abitazione è stata riconsegnata alla donna che potrà tornare ad occuparla con i tre figli in attesa degli sviluppi della vicenda, che a quanto pare è nata proprio per divergenze legate alla casa, di proprietà Barberini.

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La vittima, Marius Adrian Dorobantu, 59 anni, e gli uomini della polizia scientifica a Porcia

L’ex compagna da sabato scorso è già tornata nella facoltà di rientrare a casa una volta ottenuto il via libera dalla Procura di Pordenone. Ora dipenderà da lei se farlo oppure se staccare con il passato e proseguire il suo percorso di indipendenza economica, avviato con il lavoro da commessa che aveva iniziato a svolgere.

Il defibrillatore

Dalla scena del crimine la lente degli investigatori si è spostata sugli accertamenti tecnici. Negli uffici della Questura ieri il consulente Domenico Giordano, incaricato dal pm titolare del fascicolo d’indagine Federica Urban, ha scaricato i dati presenti nella memoria interna del defibrillatore utilizzato dai poliziotti nel tentativo di rianimare Dorobantu.

L’operazione servirà a estrapolare informazioni importanti per contribuire a determinare la causa della morte, su cui la difesa ha manifestato dubbi rispetto a quanto emerso dagli accertamenti medico-legali, presentando anche istanza di incidente probatorio. Giordano ha tempo fino al 28 giugno per completare l’accertamento richiesto.

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L’attività si è svolta alla presenza dell’avvocato Giorgio Mazzuccato e del consulente di parte Alessandro Vazzoler. La lettura dei dati potrebbe rivelare se la vittima, quando gli agenti hanno posizionato gli elettrodi sul torace di Dorobantu trovato privo di conoscenza al loro arrivo era ancora vivo oppure già deceduto.

Il dispositivo di rianimazione utilizzato sul cinquantanovenne è un defibrillatore semiautomatico (Dae), uno di quelli che si trovano anche nei luoghi pubblici e possono essere utilizzati da chiunque seguendo le istruzioni che la stessa macchina fornisce a chi è alle prese in quel momento con una persona colta da malore e fornire la scarica elettrica solo se è necessario.

Il “log” delle fasi dell’intervento con il defibrillatore dirà se c’è stata la scarica e se il cuore batteva ancora oppure era in arresto. Informazioni che si aggiungeranno agli elementi raccolti dal medico legale Antonello Cirnelli nell’esame autoptico per dare la risposta di cui gli inquirenti hanno bisogno per avere un quadro chiaro.

La copia forense

È sempre di martedì mattina l’accertamento sui cellulari della vittima e dell’indagato per cui il consulente Gino Trenti, nominato della Procura, è stato incaricato a eseguire una copia forense del contenuto che potrebbe aiutare gli investigatori ad estrapolare messaggi e altri dati per ricostruire il rapporto che intercorreva tra Dorobantu e Barberini e fornire indicazioni sulle ricerche online di quest’ultimo per l’acquisto e l’installazione dell’airtag sull’auto in uso alla ex compagna.

 

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