Ucciso per difendere figlia a Porcia: dall’autopsia emergono lesioni alla testa e un tentativo soffocamento
Il medico legale Cirnelli ha eseguito l’autopsia sul corpo del 59enne Marius Adrian Dorobantu, di 59 anni. L'indagato Fabrizio Barberini avrebbe cercato di impedire alla vittima di respirare comprimendo naso e bocca

Marius Adrian Dorobantu è morto per le conseguenze di un tentativo di soffocamento insieme ai ripetuti colpi ricevuti al volto e alla testa. Questi i primi esiti dell’autopsia effettuata ieri pomeriggio sul corpo del cinquantanovenne. A eseguire l’esame autoptico il medico legale incaricato dalla Procura Antonello Cirnelli. Fabrizio Barberini, in carcere con l’accusa di omicidio volontario, avrebbe cercato di chiudere bocca e naso della vittima in modo tale da provocare un’insufficienza respiratoria. Che poco dopo lo ha ucciso.
L’accertamento
Giovedì mattina alle 12.30 nella sala d’ingresso dell’obitorio dell’ospedale di Pordenone si sono incontrati il personale della polizia scientifica, il legale Giorgio Mazzuccato per l’indagato insieme al consulente Carlo Meneghetti e l’avvocato Laura Presot per la famiglia Dorobantu, affidatisi al consulente Riccardo Marchesin, presente anche lui, per partecipare all’esame autoptico disposto dal pubblico ministero Federica Urban e affidato a Cirnelli.
L’autopsia, come da programma, segue la Tac total body eseguita il giorno precedente subito dopo il conferimento dell’incarico. Le prime risultanze dell’esame autoptico hanno evidenziato la presenza di più ferite sul corpo della vittima concentrate unicamente sul volto e sulla testa. Almeno cinque su quest’ultima. Dall’accertamento è stato inoltre possibile ricavare la profondità delle lesioni, estese sulla cute del volto, profonde ma limitate al cuoio capelluto sulla testa. I colpi, pur violenti, non hanno provocato lo sfondamento delle ossa del cranio e sarebbero stati inferti da distanza ravvicinata.
Al momento, sembrano chiare sia la dinamica che l’arma utilizzata durante i fatti accaduti all’interno dell’abitazione, in salotto, Dorobantu, chino sul divano è stato raggiunto da due colpi inferti con una bottiglia. La scena è stata osservata dalla figlia della vittima, che ha fornito dunque una ricostruzione. Restano invece in via di definizione i contorni di quanto accaduto all’esterno della casa, dove al momento gli elementi sono il decesso violento della vittima con i molteplici colpi ricevuti e il tentativo di soffocamento, emerso solo con l’autopsia.
Tra le cose ancora da chiarire, che ruolo ha avuto la pietra trovata insanguinata sulla scena del delitto. Un blocco di 24 centimetri circa con forma irregolare. Quando arrivarono le forze dell’ordine in via Zuccolo, la pietra fu trovata vicino al punto in cui Fabrizio Barberini si trovava disteso a terra. Non è certo che quella pietra sia stata usata per colpire la vittima. Da quanto emerge dall’esame autoptico, infatti, sulla cute e nelle ferite non sono stati trovati frammenti di pietra, ma nemmeno di vetro. Gli esami istologici su organi e campioni di tessuti prelavati potranno fornire un quadro più definito.
Il delitto
Secondo i primi risultati dell’accertamento tecnico irripetibile, dopo la prima parte dell’aggressione in casa, Dorobantu avrebbe cercato di liberarsi dalla presa dell’indagato e allontanarsi per pochi metri, ma sarebbe stato di nuovo raggiunto e colpito. La morte è stata collocata all’esterno dell’abitazione, nella strada chiusa dove gli operatori delle Volanti della Questura lo trovano accasciato con la schiena al muro dell’abitazione del vicino, verso cui probabilmente si stava dirigendo nel tentativo di mettersi in salvo dalla furia omicida.
L’indagato
Mentre non si esclude l’ipotesi di ulteriori indagini sulle ferite presenti sul corpo dell’indagato, anche per verificare l’ipotesi che possa trattarsi, oltre ai graffi provocati dalla compagna, di colpi auto inferti, l’avvocato Giorgio Mazzuccato, dopo l’autorizzazione del gip, ha proceduto a effettuare delle fotografie di ferite, lividi, abrasioni ed escoriazioni ancora riscontrabili a distanza di sei giorni dal delitto. Secondo quanto sostiene la difesa, le lesioni sono concentrate sul volto e su arti superiori e inferiori e sarebbero compatibili con un’aggressione subita dalla vittima.
Versione fornita da Barberini. Il giorno dell’omicidio l’indagato veniva trovato dai soccorritori in uno stato di semi incoscienza, ragione per cui era stato intubato ed elitrasportato all’ospedale di Udine per il ricovero in terapia intensiva. I successivi accertamenti medici e la visita notturna del medico legale avevano stabilito che il ricovero non era corrispondente alle sue effettive condizioni. Dopo il trasferimento all’ospedale di Pordenone, Barberini era stato raggiunto dal provvedimento di fermo ed era stato interrogato dal pubblico ministero.
Dall’ordinanza di convalida e di conferma della misura cautelare in carcere, firmata dal gip Beatrice Arnosti, raccolta in 26 pagine, emerge un profilo del presunto omicida connotato da lucidità e astuzia anche nell’aver forse inscenato un’aggressione subita che però al momento non emerge da quanto raccolto dagli investigatori. A far propendere per la custodia cautelare in cella non è stato solo il pericolo di fuga, ma anche quello di reiterazione del reato, dal momento che vittima dell’ira dell’uomo non è stato solo il suocero, ma anche la compagna, che nonostante sia riuscita a sottrarsi alle mani di Barberini chiudendosi in bagno insieme ai figli, aveva riportato gravi lesioni.
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