La rinascita di Alessandro, ex alcolista dopo il trapianto al fegato: «Bevevo da quando avevo 16 anni»

A 60 anni lascia alle spalle alcol e autodistruzione: operato al Santa Maria della Misericordia, racconta il percorso dalla diagnosi di cirrosi e tumore alla ripartenza dopo il trapianto

Chiara Dalmasso
Nel tondo Alessandro Lussu, ex alcolista che racconta la sua storia di rinascita dopo il trapianto
Nel tondo Alessandro Lussu, ex alcolista che racconta la sua storia di rinascita dopo il trapianto

Il fegato sano, simbolo di rinascita: un salto a piè pari dentro una nuova vita, in cui non c’è più spazio per comportamenti autodistruttivi e sabotanti. All’alba dei 60 anni, Alessandro Lussu ha imparato a volersi bene, a prendersi cura di un corpo che per tanto tempo ha maltrattato, intossicato con quantità eccessive di alcol e alimentato di negatività e sofferenza.

Operaio metalmeccanico, addetto alla lavorazione degli acciai speciali, Lussu a settembre 2024 ha scoperto di avere la cirrosi, un tumore al fegato e il diabete: «Ero in fabbrica che lavoravo quando mi sono sentito male, ho avuto una sorta di svenimento – racconta – e mi hanno portato in ospedale. Dopo pochi giorni è successo di nuovo, così sono stato ricoverato e da quel momento è iniziato tutto». Una trafila di accertamenti e analisi, da cui emerge una diagnosi che non lascia spazio a dubbi: diabete, cirrosi epatica e cancro al fegato.

«I medici mi hanno comunicato che l’unica via d’uscita era il trapianto e, ottenuto il mio sì a sottopormi all’intervento, sono proseguiti i controlli, minuziosi, che hanno rilevato pure un problema a una coronaria, risolto con una piccola operazione al cuore». Per preparare un corpo a ricevere un organo nuovo, ogni minima disfunzione va curata: «Sedici mesi di ricoveri e dimissioni, finché non è arrivata la telefonata che ha sancito la mia rinascita, due giorni dopo Natale». Era la sera del 27 dicembre e Lussu, in lista d’attesa da settembre scorso, non vedeva l’ora di essere chiamato: «Il 28 mattina ero in sala operatoria – racconta – per un intervento durato nove ore, ma la ripresa è stata rapidissima, oltre ogni mia aspettativa. Sono stato in terapia intensiva soltanto un giorno, in semi-intensiva già camminavo e mangiavo da solo, tanto è vero che il 9 gennaio mi hanno dimesso».

Ma la vera vita inizia ora: «Mi sento un uomo nuovo, e devo questa sensazione meravigliosa all’equipe sanitaria che mi ha accompagnato nel percorso di cure – prosegue Lussu – e alla mia famiglia, mia moglie e mio figlio, che sono stati sempre al mio capezzale».

Ringraziare è uno dei motivi per cui l’ex paziente condivide la sua storia: «Sono stato seguito da medici, infermieri e operatori socio-sanitari di grandissima preparazione, a cui mi sono affidato totalmente, compiendo la scelta migliore che potessi fare. Il mio grazie, di cuore, a tutto il personale dell’unità di epatologia e trapianto di fegato del Santa Maria della Misericordia, diretto dal professor Pierluigi Toniutto». Un messaggio potente, che infonde fiducia a chi un trapianto lo deve ancora affrontare: «Ai pazienti che in ospedale sanno solo lamentarsi e avere pretese, dico che sbagliano approccio, perché bisogna fidarsi della professionalità delle persone che ci curano e trattare gli altri con gentilezza».

Lussu ha iniziato a bere quando aveva 16 anni e da lì non ha mai smesso, conciliando la dipendenza con un lavoro stabile, la costruzione di una famiglia e il proseguimento delle amicizie e delle relazioni sociali: «Per me, l’alcol era parte di una routine giornaliera – confida – che non riuscivo a interrompere. Ogni volta che ci provavo, mi sembrava di tradire la dipendenza». Le diagnosi di cirrosi e cancro, per Lussu, sono state quasi un sollievo: «Quando ho saputo di essere malato – conclude – mi sono accorto che un’altra vita era possibile, che c’erano delle alternative all’autodistruzione». È stato il primo passo di una risalita tanto faticosa quanto soddisfacente.

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