Thailandia: terrorizzati dalle anime dei morti

di Gian Paolo Polesini
Non se la sta passando proprio di lusso la cinematografia thailandese. Hannus horribilis il 2012. Sul ’13, boh, i contabili ancora ci lavorano. A breve scioglieranno riserve. Gli osservatori additano all’unisono una pessima sequenza di film. E il pubblico si è ritirato di corsa come un siamese davanti al dobermann affamato. Una coppia di opposti - amore e horror - condivide il pasto comune in armonia. I thai quello se magnano al cinema. O baci appassionati (l’eros è assai casto, la censura sforbicia che è un piacere) o fantasmi purulenti e cattivissimi. Ci credono un sacco, loro, alle anime svolazzanti per la stanza. Terrorizzati realmente da improvvise possessioni. Se lo spirito entra in te, ti caccia fuori e resti senza casetta. Così pensano accada. E raccontandolo, forse lo esorcizzano. Forse.
Al Far East la collezione è di sostanza. Countdown by “Baz” - psyco, pulp e horror - ha avuto un buon feedback udinese. A sentire i rumors pare abbia ricevuto un sacco di voti. «Mi consolo - sospira il regista che di cognome fa Poonpirya, appunto detto “Baz” - in Patria non è stato un boom. Tutt’altro. Ma i produttori mi hanno fatto pat pat sulla spalla: è un buon film, fuori dai confini sta andando bene. E soprattutto siamo rientrati nelle spese. Tranqui, figliolo». Il ragazzo non si scoraggia e mette sotto chiave il suo credo: «È fondamentale girare col cuore senza pensare al botteghino. Non è il concetto basico della sopravvivenza, ma è sbagliato pure tradire se stessi». Gli fa eco il collega Sakveerakul (qui ha presentato il più romantico Home): «Non è facile sguazzare in tanti in un piccolo mare, stare a galla è difficoltoso. Anch’io come Buz non mollo il senso del mio cinema a favore del trend». Coraggio.
Furono i filippini - e nel viaggio oscuro ci facciamo guidare dall’esperto Giorgio Placereani (oltre a essere un profondo conoscitore della decima musa occidentale sa dove mettere le mani anche in quella orientale) a darsi da fare con l’horror negli anni Cinquanta, seguendo le prime orme di Eddy Romero e di Gerardo De Leon. Nel decennio successivo la casa di produzione Kathy-Keris di Singapore s’inventa la Pontianak, donna vampiro cucita addosso alle serpeggianti superstizioni malesiane e indonesiane. L’asse con gli anni si sposta verso la Thailandia, radicandosi con i molti tentacoli.
«Almeno una volta in carriera - spiga Baz - qualunque regista deve girare un horror». Non vanno morbidi sulle sembianze dei simboli della paura, ’sti thailandesi. Zoombie? Puah, robaccia per educande al primo anno di collegio. Pazzi scatenati con la sega a motore? Ma va! Scemenzuole per bimbetti. Per eccitare i figli di Siam ci vuole ben altro. Ladies and gentleman vi presentiamo i Krasue, inquietanti teste di donna che se ne vanno a zonzo trascinandosi dietro le interiora dei loro corpi dai quali si sono momentaneamente staccati.
Tirano da matti gli aswang, mostri pure quelli piuttosto ghiotti di feti. Wow!! «Be’, ammette Placereani, ci siamo pure abituati ai lupi mannari? Per loro è ormai routine cinematografica».
Il sesso, nel Sud Est Asiatico, si fa - e senza grandi inibizioni - ma non si mostra. Appena i tagliatori di pellicola vedono nudo, zac! Peggio ancora in Malesia e in Indonesia. Zero assoluto. Spunta timidamente il settore transgender; con parsimonia, però. C’è poca trippa, ecco. Contati film ad alto budget e una caterva assemblati con gli spiccioli. Non è difficile invertire la tendenza: basta eliminare le frattaglie. No?
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