Terremoto 1976, Gemona ricorda quei messaggi affidati alla telescrivente

Umberto Zandanel, vice direttore dell’ufficio postale del terremoto, racconta il 1976. «Trascrivevo i telegrammi e li affidavo al radioamatore, così comunicavamo con il mondo

GEMONA. «Siamo tutti vivi». Lo scrivevano i terremotati di Gemona che avevano perso la casa ma non le vite, sui telegrammi indirizzati ai parenti lontani. Erano i messaggi che Umberto Zandanel, l’allora vice direttore dell’ufficio postale, raccoglieva e consegnava a un radioamatore che dalla roulotte parcheggiata davanti alla stazione dei carabinieri, inviava in tutto il mondo.

Le telescriventi delle Poste italiane funzionavano senza sosta. Nell’estate del 1976, assieme ai radioamatori, trasmettevano la disperazione del Friuli e ricevevano i messaggi di affetto che arrivavano da ogni dove. A condurci in questo viaggio sono Zandanel, l’allora vice direttore dell’ufficio postale di Gemona, e l’esperienza lasciata da Lucia Vriz, la direttrice dell’ufficio postale di Cavazzo Carnico che quella notte, mise a disposizione della comunità la cassaforte dove la gente lasciò ori e soldi al riparo dagli sciacalli.

Gemona, il ruolo delle Poste nel terremoto del 1976

Sono le 10.30 di un giovedì mattina di dicembre. Il freddo pungente non ferma Umberto che con lo stesso piglio di 40 anni fa, arriva in via Caneva,davanti all’ufficio postale, con in mano la cartella sulla quale risalta la scritta “terremoto”. Lui è il testimone degli sforzi fatti da Poste italiane per garantire il servizio quando tutto sembrava finito. In quel disastro, anche se inagibile, l’ufficio postale restava un punto di riferimento: «La gente passava e chiedeva hai visto Paolo?, Aldo, Antonio?».

Umberto era lì a vigilare, a rispondere anche «no». Oggi, invece, ricorda con orgoglio il servizio garantito dai portalettere che «cercavano i sopravvissuti nelle tende e nei campi di accoglienza. Quando arrivavano nelle strade con le case rase al suolo, si spostavano da un campo all’altro in cerca dei destinatari della corrispondenza. Erano loro che tenevano il bilancio dei vivo e dei morti».

I friulani trovarono la forza nelle radici della storia

«La sera del 6 maggio - racconta - entrai in ufficio e trovai tutti gli armadi caduti. Non c’era la corrente elettrica, la telescrivente e i telefoni non funzionavano». Umberto sfidando le scosse di assestamento recuperò i titoli per il pagamento delle pensioni di vecchiaia nei giorni immediatamente al sisma, il 13, 14 e 15 maggio.

Avrebbe potuto non farlo, ma lui, ligio al dovere, si preoccupò di salvare le deleghe cartacee che l’Inps avrebbe potuto non avere. Non poteva rischiare di far mancare i soldi ai terremotati. Ma più dei soldi, in quel momento, i terremotati apprezzarono gli sforzi fatti da Poste italiane per la messa in funzione della telescrivente. Era l’unico modo che avevano per comunicare con i parenti lontani.

«Già il 7 maggio i carabinieri vennero a cercarmi e mi accompagnarono in caserma assieme a un radioamatore. Trascrivevo i messaggi sui moduli che non mancavo di compilare e li portavo al radioamatore sistemato in una roulotte davanti alla caserma. Lui li trasmetteva in tutto il mondo. Non era facile, le linee erano sempre intasate». Passando da un ricordo all’altro, gli occhi di Umberto si riempiono di lacrime: «Eravamo tutti intontiti, non sapevamo dove andare».

Furono i giorni più difficili della sua vita. Uno spiraglio si aprì quando in Piovega arrivò il telebus, una corriera attrezzata per garantire i servizi postali. Poste italiane l’aveva prelevata a Roma, dove era entrata in servizio per l’Anno Santo, e portata a Gemona. «Sul telebus riprendemmo a lavorare con le prime telescriventi a foglio anziché a nastro».

Oggi come allora il volto di Umberto si illumina di speranza, ripensa ai colleghi giunti da Torino e ricorda che per un mese Poste italiane consentì ai terremotati di comunicare gratuitamente con gli emigranti. «“Siamo tutti vivi” l’ho dovuto dire anch’io», continua Umberto descrivendo il ritrovamento del corpo di «Bepi il macelar» avvolto in una coperta. Immagini, ricordi scolpiti nella memoria, attimi dimenticabili. Umberto non dimentica neppure gli 11 mesi vissuti in tenda, tanto meno il trasferimento dal telebus nell’ufficio postale riparato e la sua distruzione a settembre. Fu sempre lui a salire la scala della palazzina mezza crollata.

Attraverso la spaccatura che si era formata tra i due muri, incurante dei richiami del collega Bruno Barel che gli intimava di tornare indietro. «“Se crolla tutto non vengo a prenderti” - gridava - e dalla rabbia tirò un sasso contro la parete dell’ufficio e contemporaneamente la telescrivente riprese a funzionare».

Quella telescrivente lavorò senza sosta a Gemona come pure a Cavazzo Carnico dove il ricordo di Lucia Vriz continua ad aleggiare tra le scrivanie della direttrice Giulia Frassinelli e di Patrizia Costantinis. «Noi - affermano le due dipendenti - abbiamo ereditato tutto quello che ha fatto lei».

Storie come queste si susseguirono in tutto il Friuli disastrato. Nel 1976 Poste italiane investirono 1.125.700 delle vecchie lire per rimettere in funzione i 69 uffici inutilizzabili in altrettanti prefabbricati, 22 le strutture completamente distrutte. Quarant’anni dopo, Poste italiane rilegge la relazione di Vinicio Mestroni, il funzionario che all’alba del 7 maggio 1976, fece un giro di ricognizione nei comuni distrutti. Il documento è conservato nel Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa di Trieste, l’unico in Italia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti:terremoto 1976

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto