Telecamere per evitare ritorsioni e vandalismi: fra gli apicoltori friulani c’è chi rinuncia alle arnie

UDINE. Un trattore fa la spola tra i solchi di un terreno arato, a un tiro di schioppo dal centro abitato. Roberta, 2 milioni di api ad aspettarla tra le arnie di un ordinato apiario immerso nel verde, scuote la testa. «È iniziata la stagione della semina del mais.
Preoccupati? E come potremmo non esserlo?». È una partita doppia quella che gli apicoltori friulani si trovano a giocare da almeno un paio d’anni a questa parte. Quella sul campo, con gli alveari svuotati di migliaia di bottinatrici uccise - almeno questa è la tesi su cui poggia l’impianto accusatorio - dall’uso disinvolto del mais conciato e trattato con il Mesurol 500 Fs, un fitofarmaco che dovrebbe proteggere il seme dall’attacco di fagiani, piccioni e corvi.
E la seconda, nelle aule giudiziarie: la seconda inchiesta (la prima si era conclusa a ottobre, con il patteggiamento di 21 agricoltori) sulla morìa di api è alle battute iniziali, con cinque Gip impegnati in queste settimane a firmare decreti di sequestro dei campi e avvisi di garanzia.
Le ritorsioni (tre episodi documentati) e il rischio di rendere vani gli investimenti per l’acquisto di arnie e attrezzatura, ha spinto molti apicoltori ad alzare bandiera bianca: «Una ventina solo nelle ultime settimane, all’alba della seconda tornata di indagini», allarga le braccia il presidente provinciale del Consorzio apicoltori, Luigi Capponi.
La paura e l’orgoglio
Toni è un alpino. Ha le mani callose di chi ha lavorato una vita e lo sguardo vispo di chi si fa beffe della carta d’identità.
«Siamo apicoltori da quattro generazioni, noialtri», rivendica con orgoglio, battendosi sul petto le stesse dita che poi contano quattro: «Io, mio padre, mio nonno, il mio bisnonno: siamo originari di Padova, in Friuli ci siamo trasferiti negli anni Cinquanta. Una cosa simile non è mai accaduta: a pensare alle vendette, agli apiari distrutti, mi viene la pelle d’oca».
E la voglia di «installare le telecamere: non si sa mai», anticipa. Per l’inossidabile alpino, che ha casa (e alveari) nell’hinterland udinese, l’apicoltura è poco più che un hobby: il magazzino dove stocca il miele è grande poco più di un ripostiglio per le scope.
Eppure ci sono vasetti d’ogni tipo: il miele d’acacia («Un dolcificante e nulla più», sentenzia), quello di tarassaco, il millefiori e quello più tipico, di amorfa, o indaco bastardo, pianta che cresce lungo le sponde del Torre.
Il mondo in un alveare
In giardino un apiario con sedici arnie, protetto da noccioli e peri, dà ricovero a un milioncino di api. Con l’affumicatore Toni intontisce le operaie, esibendo un mosaico ambrato che si muove impercettibilmente. In un alveare in piena attività si muovono tra i 900 e i 1.200 fuchi, 25 mila bottinatrici (che hanno il compito di cercare il nettare sui fiori), altrettante operaie (che allevano la covata e fanno le “pulizie”), 9 mila larve, 20 mila pupe e 6 mila uova.
E poi c’è lei, l’ape regina, grossa due volte le altre: ha sull’addome un segno rosso, un punto di smalto che identifica l’anno della nascita (in questo caso il 2018, il 2019 è caratterizzato dal verde). Una società matriarcale, insomma, in cui dopo la riproduzione i maschi, che dipendono dalle operaie per l’alimentazione, muoiono.
Piccoli produttori
Il miele costa sempre meno. Quello locale sconta pure la concorrenza dei grandi produttori e della grande distribuzione, che propone il vasetto a 3 euro.
Il 65 per cento degli iscritti al Consorzio apicoltori di Udine governano apiari da massimo quindici alveari, mentre solo 33 sono quelli che lavorano su oltre cento arnie. «Per la maggior parte dei consorziati – spiega Capponi – è un hobby, tutt’al più un modo per integrare il reddito principale».
Eppure, se è vera l’equazione che l’azione di ogni bottinatrice innesca il processo di maturazione di un chilo di frutta, diventa lampante il ruolo fondamentale che svolgono i piccoli apicoltori, che da soli forniscono all’ecosistema friulano più di 250 milioni di api.
Il futuro
La morìa d’api, l’inchiesta scaturita dalle denunce e le successive ritorsioni, con la distruzione di parecchie arnie, hanno scosso alle fondamenta il mondo dell’apicoltura friulana.
Che ora, nel pieno della stagione più proficua per la produzione di miele, guarda con preoccupazione ai possibili effetti della semina di mais conciato. Sono le settimane dei noccioli e dei peri selvatici, dell’orniello e dell’amorfa. E presto verranno i giorni della colza e del tarassaco.
«Di fronte al rischio di vedersi distrutti gli apiari, tanti tra i piccoli apicoltori e tra quelli più anziani rinunciano – racconta Capponi –. Il rovescio della medaglia è rappresentato dai tanti che già a gennaio hanno rinnovato la quota associativa, proprio per dimostrare la volontà di serrare le fila. Ed è, di fatto, anche un attestato di fiducia nei confronti di chi sta indagando». L’accusa agli agricoltori resta appesa nell’aria.
La rivendicazione riguarda piuttosto un’altra sfaccettatura: «Siamo stati i primi in Italia a esporci, a denunciare. Eppure i casi simili non mancano». L’ultimo sul Montello, pochi giorni fa: un apicoltore ha denunciato di aver visto morire migliaia di bottinatrici, puntando l’indice contro i vignaioli. —
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