Attacco a Tehern, Djafarizad: «Gli iraniani gioiscono sotto le bombe, è la fine del regime dei mullah»

L'esule e fondatore di Neda Day analizza il paradosso di un popolo che spera nell'attacco esterno per ritrovare la democrazia: «Basta repressione e impiccagioni, vogliamo un sistema parlamentare»

Cristian Rigo
L'esule e fondatore di Neda Day Taher Djafarizad
L'esule e fondatore di Neda Day Taher Djafarizad

«La stragrande maggioranza degli iraniani sta festeggiando. È un paradosso, ma è questa la verità e la dice lunga sulla sofferenza e la repressione che da 46 anni sta colpendo il mio popolo. Perché se si arriva a gioire quando un altro Paese ti sta bombardando vuol dire che non ne potevi proprio più».

Di cosa Taher Djafarizad, commerciante di tappeti e fondatore dell’associazione Neda Day per la promozione dei diritti umani che da 46 anni vive in Italia, lo sa bene. E lo ha spiegato di recente anche alla Camera dove è stato chiamato proprio per raccontare quello che sta accadendo in Iran dove tutt’ora vivono suo fratello e le sue due sorelle con una decina di nipoti. Papà e mamma invece non ci sono più e lui non ha potuto nemmeno tornare per dare loro l’ultimo saluto.

«Se tornassi in Iran - dice - sarei ucciso perché sono considerato un sovversivo dal regime». Da quando ha deciso di criticare apertamente il regime islamico, ha condannato se stesso all’esilio. «Chi decide di portare avanti le proprie idee in Iran sa che ha un prezzo da pagare». Un prezzo altissimo perché, spiega Djafarizad, «Iran è casa mia». Nonostante tutto. «Sono venuto in Italia per studiare e una volta qui ho scoperto le carcerazione degli oppositori, le apidazioni, i matrimoni con le bambine imposti dal regime islamico. Tutte cose che poi mi sono impegnato anche con le attività di Neda Day». Ultima in ordine di tempo un presidio di solidarietà a Pordenone molto partecipato. In quella circostanza Djafarizad aveva chiesto «la pace e il rispetto del diritto internazionale e delle libertà» perché «non c’è giustizia senza pace e non c’è pace senza democrazia. Né mullah né lo Scià: vogliamo un Iran libero e democratico».

Un sogno che per Djafarizad adesso potrebbe diventare realtà grazie all’attacco di Israele e Usa. «Le bombe non portano la democrazia, sia chiaro - sottolinea -. Però molti miei amici con i quali sono rimasto in contatto sono contenti che siano state colpite le sedi dei pasdaran. Uno di loro abita poco distante e si è ritrovato con i vetri di casa in frantumi per le esplosioni ma, nonostante questo, era felice». Il perché per Djafarizad è chiaro: «Basti pensare all’ultima, sanguinosa, repressione. Alcune fonti parlano di oltre 30 mila giovani manifestanti uccisi in due giorni; dall’inizio delle proteste le cifre diffuse da reti di attivisti interni parlano di oltre 50 mila vittime. Ma ciò che è certo è che la repressione è stata violenta e che migliaia di famiglie piangono i propri figli, ogni giorno il regime ha impiccato giovani, colpevoli soltanto di non condividere le imposizioni del regime. L’hijab obbligatorio non ha mai fatto parte della cultura iraniana come imposizione statale. L’Iran ha una storia millenaria, precedente all’islam politico, una storia fatta di pluralità religiosa, di minoranze etniche, di convivenza. con il regime islamico tutto questo è stato cancellato e inoltre il popolo ha dovuto fare i conti con un’inflazione fuori controllo, moneta svalutata, disoccupazione giovanile altissima, corruzione sistemica, repressione politica. C’è stata una grande emigrazione, si stima che più di otto milioni di iraniani, il 90 per cento dei quali laureati o specializzati, abbia lasciato il Paese».

E molto di loro, secondo Djafarizad, sperano di poter, un giorno, fare ritorno a casa. «Io penso che questa sia veramente la fine della repubblica islamica, spero che la gente possa finalmente tornare a vivere senza paura con un sistema parlamentare e non - conclude - sotto a un regime criminale».

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