«Storia di Ahmed, la donna costretta a fingersi uomo»

«Ho un corpo di donna; vale a dire che ho un sesso femminile, anche se non è mai stato usato. Sono una zitella che non ha neppure il diritto di avere le angosce di una zitella. Ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi e a pensare come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese... e io stesso».
Questo è Ahmed, la “creatura di sabbia”, protagonista dell’omonimo romanzo di Tahar Ben Jelloun, che Stefano Massini ha ridotto per la mise en espace, interpretata da Maria Paiato (nella foto), che sarà di scena in San Francesco a Pordenone domani, lunedì 17 marzo, alle 20.45, nell’ambito del festival Dedica. «Un romanzo – spiega Massini – che si presta particolarmente a essere oggetto di un trattamento teatrale, perché è materiale vivo, che ha dentro pulsioni che a teatro possono risuonare con altrettanta forza della pagina letteraria». A partire dalla storia, «che è agghiacciante e intrigante al tempo stesso». E che è, ricordiamo, la storia di una famiglia nella quale sono nate solo femmine, e siccome la legge coranica destina loro solo una piccola parte dell’eredità, il padre, quando nasce l’ultima, decide che è maschio e, come tale lo chiama, Ahmed, lo educa e gli impone un destino e un ruolo sociale che ne espropriano l’identità. «Fino a quando – continua Massini – tutti i nodi vengono al pettine. E qui il romanzo si rende ancor più intrigante, perché Ahmed decide di prendere moglie con tutte le ambiguità che faranno venire alla luce traumi e sconcerti per, finalmente, esplodere nelle ricerca del come riuscire a esorcizzare questa sua diversità».
Al di là della vicenda, però, il romanzo di Ben Jelloun si impone anche per il linguaggio e per la struttura narrativa, affidata a più voci, e quindi a diversi punti di vista. «Il romanzo è scritto con un linguaggio molto interessante, favolistico, lirico e immaginoso, e con un continuo spostamento di identità anche di chi racconta». Come è stato reso teatralmente questo raffinato gioco di specchi rifrangenti? «Siccome la molteplicità di voci compare solo verso la fine del libro, a completare il racconto della vicenda di Ahmed, perché il diario da cui è partito il cantastorie forse non è vero, comunque manca della conclusione, allora è da lì che ho preso le mosse, facendone una sorta di prologo, in modo da abituare il pubblico a questa scomposizione della narrazione». Così sigla Massini: «Il valore del romanzo è, per noi oggi, quello forte e chiaro di una metafora: nella storia di Ahmed possiamo leggere la contraddizione del mondo arabo, il conflitto che lo attraversa tra i legami alla tradizione coranica e le sollecitazioni della contemporaneità».
E dunque ancora parole, domani, per una rassegna che tra parole, musica e suggestioni si dipana da sempre, sempre centrando il proprio obiettivo. Così anche l’altra sera, sabato, ancora una volta in San Francesco, mentre il dedicatario Tahar ben Jellon salutava il festival e Pordenone, in dialogo con Fabio Fazio, dallo studi tv di Che tempo che fa. Performance di Boosta, alias Davide Dileo, cofondatore dei Subsonica, che racconta al pianoforte quattro libri di Ben Jelloun. In sala c’è Tullio Avoledo, coautore con Boosta di Un buon posto per morire (Einaudi), che Boosta vuole accanto a sé, in scena (nella foto), per la lettura di Fuoco. Bella serata. Il pubblico apprezza.
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