Spara alla moglie e poi si uccide: "Basta sofferenze, la porto via con me"

Lui è Pietro Rabassi, classe 1932, e lei Vittoria Bertoli, cinque anni più giovane. Il fatto è accaduto a Dilignidis, frazione di Socchieve. Li ha trovati la badante poco prima delle 8. Entrambi avevano gravi problemi di salute

SOCCHIEVE. L’appuntamento in ospedale era fissato per oggi. Ma Pietro Rabassi sapeva già che stava perdendo la sua battaglia con il male scoperto meno di un anno fa. Da alcuni mesi non passava più le giornate camminando nei boschi come aveva sempre amato fare. Osservava gli spostamenti di cervi e caprioli col cannocchiale dalla sua terrazza, ma da tempo non sparava più. Il fisico, provato dal primo ciclo di chemioterapia, non glielo permetteva. Pietro, cacciatore e maestro intagliatore, sapeva che non gli restava molto da vivere. E l’idea di lasciare la sua Vittoria era insopportabile.

Già in passato la malattia aveva provato a dividerli. La moglie soffriva di Alzheimer, da otto anni era costretta a muoversi con una carrozzina. Ma Pietro e Vittoria, 82 e 77 anni, erano rimasti insieme, uniti ancora più di prima. Pur facendo i conti con molte difficoltà, il loro legame si era, se possibile, addirittura rafforzato.

Finché morte non ci separi. Probabilmente è stato questo l’ultimo pensiero di Pietro che ha preso il suo fucile da caccia e ha sparato all’amata Vittoria. La badante che viveva con loro da otto anni per aiutare la donna si è precipitata in camera. Lei era distesa sul letto ormai senza vita. Lui era seduto sulla sedia a rotelle della moglie, l’arma ancora in pugno: «Esci di qui», le ha detto. Poi ha rivolto il fucile contro di sé e ha premuto il grilletto per la seconda volta. L’ultima.

Svetlana Zubchenko, ucraina di 62 anni, è corsa fuori per andare a chiamare la moglie del figlio della coppia che abita nell’appartamento al primo piano della stessa abitazione. La donna ha subito chiamato il 118 e le forze dell’ordine. Ma Pietro e Vittoria se n’erano già andati. Insieme come avrebbero desiderato. Inutile la corsa dell’elicottero e dell’ambulanza. I sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dei coniugi.
Prima di farla finita però Pietro ha voluto spiegare il perché del suo gesto con un biglietto rivolto ai figli Giuseppe e Sandra. «Scusatemi se faccio questo, ma dopo tanti anni che stavamo insieme non voglio lasciarla, voglio portarla con me e mettere fine a queste sofferenze». Poche righe per spiegare il perché di un atto che nessuno, tra parenti e amici, aveva anche solo immaginato.

Il figlio Giuseppe Rabassi, detto Roberto, agente della polizia municipale di Socchieve, era uscito di casa per andare al lavoro poco prima delle sette. Quando il padre ha sparato il secondo colpo non erano ancora le otto. Ricevuta la chiamata della moglie, Giuseppe è subito rientrato a casa, a Dilignidis, frazione di Socchieve.
Insieme al 118 sono arrivati anche i carabinieri della compagnia di Tolmezzo coordinati dal capitano Stefano Bortone, anche lui sul posto. Dell’accaduto è stato informato il magistrato di turno, Claudia Finocchiaro e poco dopo è arrivato anche il medico legale, Lorenzo Desinan che esaminando i corpi ha potuto confermare la ricostruzione ipotizzata anche dagli inquirenti. Due colpi sparati a bruciapelo, entrambi mortali.

iL pubblico ministero deciderà se disporre o meno l’autopsia sui corpi dei coniugi. L’arma del delitto, un winchester calibro 20 a pallini utilizzato solitamente per la caccia agli uccelli è stato sequestrato dai militari. Il fucile era regolarmente detenuto da Pietro Rabassi che fino a pochi mesi fa andava spesso a caccia, una delle sue più grandi passioni. La stanza da letto dei coniugi Rabassi è stata analizzata anche dalla squadra rilievi del comando provinciale dei carabinieri. Tutti i riscontri al momento confermano la ricostruzione della tragedia.

Il dolore del fiiglio: due genitori splendidi

Una tragedia che ha scosso tutta la comunità. Maddalena Rabassi, un’anziana cugina che abita a poche centinaia di metri dalla casa della coppia, ricorda come Pietro parlasse sempre della moglie: «L’ho visto soltanto ieri, passava di qui nel pomeriggio quasi tutti i giorni. Mi diceva: ah la mia Vittoria, guai se morisse prima di me. Non aveva paura di restare solo, lo preoccupava che lei potesse soffrire. Sono sempre stati insieme quei due. Quando mi hanno detto che cos’era successo non volevo crederci. Nessuno poteva immaginarsi un gesto così».

Anche la badante Svetlana Zubchenko è rimasta sconvolta. Continuava a scorrere le tante foto dei coniugi che aveva nel telefonino insieme ai parenti: «È stato terribile, ho sentito lo sparo, sono andata in camera e poi ho chiesto aiuto. Vivevo con loro da otto anni, erano due persone fantastiche, lei era ammalata, lui invece stava bene anche se da qualche mese stava peggiorando. Avevano un legame profondo e per me erano come una famiglia, adesso non so cosa farò».

(ha collaborato Gino Grillo)

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