Solo la competitività ci salva dalla crisi

Gli otto pilastri dell’Ufficio studi di Unindustria Pordenone. «La priorità non sono i tagli, ma un sistema efficiente»
23/05/2013 Roma, assemblea annuale di Confindustria. Nella foto Giorgio Squinzi
23/05/2013 Roma, assemblea annuale di Confindustria. Nella foto Giorgio Squinzi

PORDENONE. «Siamo sull’orlo del baratro» ha affermato Squinzi alla recente assemblea 2013 di Confindustria «serve un ambiente in cui l’impresa possa crescere senza ostacoli e competere ad armi pari coi concorrenti».

La competitività e l’attrattività economica sono, quindi, l’obiettivo prioritario. Esse non si ristabiliscono per legge o decreto e non esistono, purtroppo, soluzioni singole né di breve termine. Possono soltanto essere il risultato di molte importanti azioni, di una ricostruzione economica e industriale di breve, medio e lungo termine, di una visione e di una strategia industriale, condivisi e comunicati per ridare fiducia e mobilitare le energie e il contributo responsabile di tutti.

Io credo meritino un progetto straordinario e prioritario e quindi avanzo, senza alcuna pretesa di esaustività, otto pilastri sulla competitività e attrattività (molte di queste aree d’intervento strategico potrebbero essere declinabili nella strategia Europea «per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva» e trovare attraverso essa i finanziamenti necessari).

Competitività e attrattività

Indispensabili sono un sistema finanziario che alimenti correttamente le imprese. Il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione e un ripristino del normale funzionamento del credito bancario sono emergenze che devono essere affrontate e superate con la massima urgenza, potenziando gli strumenti e lavorando con le banche ad un nuovo accordo sul credito.

Sostenibilità dei costi

Per quanto efficienti possano essere le imprese, il costo del lavoro e quello dell’energia sono, oggi, in Italia, troppo alti per permettere alle imprese di operare competitivamente e, ancor più, per attrarne di nuove. È indispensabile ridurre la componente di cuneo fiscale e eliminare la componente lavoro dall’Irap (dall’introduzione dell’euro, il costo del lavoro è cresciuto, in Italia, più che in ogni altro paese occidentale). Ma non basta, è necessario un nuovo patto sociale una nuova stagione delle relazioni industriali, che rompa schemi e tabù sorti nel tempo della crescita tumultuosa per fronteggiare il tempo duro della competizione globale.

Conoscenza

Nella società globale e, soprattutto in un Paese avanzato, che voglia anche distribuire adeguata ricchezza ai lavoratori, per crescere occorre sviluppare conoscenze superiori e, possibilmente, esclusive. Sistema educativo di eccellenza, Università e istituzioni scientifiche, integrate e sinergiche e, soprattutto, con l’economia reale e con le imprese, aperte e attrattive da tutto il mondo, sono ormai una urgenza sulla quale siamo in drammatico ritardo.

Innovazione

È decisivo che il territorio offra supporto e incentivazione alla nascita di nuovi prodotti, nuovi business e, sperabilmente, nuovi settori che possano costituire distretti di eccellenza esclusiva del territorio, per rinnovare e ringiovanire il tessuto industriale. Le risorse disponibili debbono essere dedicate al rafforzamento e insediamento di centri di competenza nel territorio, alimentando strutture di «incubazione» con competenza e capacità di supporto alla genesi e allo sviluppo di aziende nuove, giovani

Efficienza

Soprattutto dell’amministrazione pubblica. Va cambiato il paradigma: la priorità non sono i tagli, la priorità è l’efficienza dei servizi e dei processi. È da questa che scaturiscono i risparmi i tagli delle spese inutili. Abbiamo bisogno di una Pubblica amministrazione efficace nei tempi e nei risultati, fornitrice a imprese e lavoratori di processi amministrativi veloci, semplici e certi, senza ridondanze e livelli non strettamente necessari.

Una Pubblica amministrazione da costo a motore di sviluppo. Anche per le imprese, che oggi operano nel territorio e che vanno difese a tutti i costi, la leva dell’efficienza è fattore cruciale. Investimenti dedicati all’automazione, alla formazione avanzata e al “lean manufacturing” sono il solo modo per continuare ad operare con successo.

Internazionalizzazione

È fondamentale, per le nostre imprese, farsi conoscere e penetrare commercialmente, con offerta coerente e competitiva, nei paesi oggi a maggior tasso di crescita (Brics, Asean). È ora di prendere coscienza che lo sparpagliamento disorganico di risorse e competenze non è più sostenibile.

Serve un disegno organico e integrato, tra tutte le competenze e responsabilità oggi operanti (Sace; Ice; Camere commercio, Fiere, etc…) semplificando e rendendo efficienti le attività di supporto e promozione dei nostri prodotti e marchi e sostenendo la loro distribuzione commerciale. Per essere aperti al mondo dobbiamo anche rafforzare strutture e scuole internazionali per accogliere personale estero che venga a svolgere attività nel territorio.

Infrastrutture

Non mi dilungo perché il tema è ben noto . Banda larga, logistica, viabilità, porti, energia devono diventare, per le imprese, motori dello sviluppo e non costi o motivi di ritardi verso concorrenti esteri. Inoltre credo che non possiamo più rinviare un piano contro il dissesto idrogeologico e per la messa in sicurezza sismica: i costi del non intervento sono ormai insostenibili.

Sviluppo del patrimonio

La valorizzazione del patrimonio naturale, artistico, culturale, enogastronomico e sportivo rappresenta un’opportunità che se da sola non compensa il declino industriale, di certo presenta importanti potenzialità di crescita complementare che vanno colte.

Abbiamo siti, monumentali, paesaggi meravigliosi e non stiamo facendo molto per promuoverli e renderli disponibili al mondo. Genereremmo, con adeguate iniziative di promozione e valorizzazione, piani di formazione, servizi e strutture, posti di lavoro, ricchezza e attrattività per investimenti industriali che troverebbero un territorio ricco di competenze industriali e eccellente per qualità di vita.

Chiamare il problema del lavoro con il suo vero nome (problema della competitività) avrebbe un effetto culturale e comportamentale dirompente: tutti noi, collettivamente e individualmente siamo responsabili, in qualche modo e per qualche parte, del recupero della competitività del sistema territoriale e, quindi, tutti noi possiamo e abbiamo il dovere di contribuire, attraverso essa, al futuro dell’occupazione in questo territorio.

* Ufficio studi Unindustria Pordenone

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