Silvino, deportato a 23 anni: «Grazie a quella piccola bilancia mi sono salvato a Buchenwald»

Il friulano Silvino Ursella fu portato dai nazisti nel campo di sterminio. Quell’oggetto, realizzato con una lama di ferro, serviva per dividere il pane con gli altri prigionieri 

Buchenwald è una bilancia rudimentale. La costruì con una lama di ferro Silvino Ursella, per razionare una pagnotta di pane scuro in sette parti perfettamente uguali. Perché di Silvino gli altri deportati si fidavano. E quella stadera è diventata il simbolo del lager. «E anche della mia vita – dice – con cui pesare gli avvenimenti positivi e negativi». Buchenwald. Non l’aveva mai sentito prima del suo arrivo al campo, quel nome. Era il 19 novembre 1944 e Silvino aveva 23 anni.

L'orrore del campo di sterminio a Buchenwald: "Ricordo ancora le urla del Kapò"

Imparò in fretta a sopravvivere. Imparò a conoscere il lager. Buchenwald è la disinfestazione che ti brucia la pelle, è la fame, è l’odore di morte. Buchenwald sono le percosse, la paura, i lavori che ti spaccano la schiena. Sono le camere a gas e il forno crematorio («Argomento che evitavamo anche per frenare quel senso di ribellione che, nel migliore dei casi, portava a delle scudisciate a sangue»). È l’azzeramento della tua dignità di uomo, là dove non hai più un nome. Buchenwald è un numero: 88224. Silvino Ursella, oggi 97 anni, lo incontriamo nella sede della sua Eme Ursella, l’azienda che fondò nel 1976 a Buja, leader nella costruzione di case prefabbricate. Il racconto della «prigionia» l’ha riassunto in alcune pagine tratte dal suo libro “Odissea di una vita”.

«Nell’agosto dell’anno successivo all’armistizio dell’8 settembre – dice – il comando tedesco emise l’ordinanza in base alla quale i nati dal 1915 al 1926 dovevano sottoporsi alla visita di leva. Io e mio fratello ci andammo certi di ottenere l’esonero in quanto nell’impresa di mio padre stavo montando prefabbricati in legno per l’esercito tedesco. Mentre mio fratello fu inviato ad Aurisina, io fui portato nella caserma di via Cividale a Udine, occupata dai tedeschi, per essere addestrato all’uso delle armi. Chi non gradiva la vita militare poteva andare a lavorare e io optai per quella scelta pensando che mi mandassero in un cantiere vicino». Ma così non fu. Silvino viene portato in caserma a Gradisca d’Isonzo e, con una marcia forzata, nelle prigioni di Gorizia. Una settimana dopo alla stazione ferroviaria lo caricano in un vagone bestiame. Una pausa, alza lo sguardo. «Per ironia della sorte, siamo stati noi a scegliere Buchenwald».

«Per tutto il viaggio durato cinque giorni e quattro notti subimmo la nostra prima umiliazione, dovendo fare i bisogni dentro il vagone, come bestie». Il treno si ferma. L’arrivo, la colonna di prigionieri, la consegna dei propri averi. Ritrovarsi nudi. Essere rasati e «imbrattati di disinfettante». «Procedendo in avanti uno dietro l’altro – continua – ci venne gettato del vestiario. Una giacca, zoccoli, pantaloni, un copricapo. All’uscita, risultavamo irriconoscibili a noi stessi». Difficile fraternizzare, in quella babele di lingue. Si lavora, senza sosta. Silvino rimuove le macerie in una fabbrica distrutta dai bombardamenti, pulisce le cloache a valle del campo, viene inviato nel settore di Vansleben, vicino a Lipsia («Dovevamo spostare lastroni di ferro che le brinate notturne univano tra di loro.

Olocausto, Aurelio Mistruzzi: lo "Schindler" di Udine che salvò la piccola Lea

La pelle delle mani veniva protetta solo con dei pezzi di carta») e infine in una miniera di sale a 400 metri di profondità. Per colazione solo «un mestolo d’acqua color caffè». La paura dei soldati tedeschi e dei Kapò non lo abbandona. Silvino si aggrappa al desiderio di tornare a casa, quello lo spinge a vivere. Anche se pesa solo 45 kg. «Così ridotti dovevamo tenere duro – prosegue – in quanto sempre più trapelavano notizie che la fine della guerra era vicina. Temevo di ammalarmi. Fu provvidenziale un baratto che feci con un prigioniero veronese che da libero veniva a lavorare in miniera. Non ricordo come mi era stato concesso di conservare un pullover e lo scambiai con un sacchetto di piselli che razionai per me e il mio amico Sergio. Quel supplemento alimentare lo tenevo sempre addosso per evitare che mi venisse rubato».

La mattina del 12 aprile 1945 si sgombera il campo e inizia una marcia «che divenne un calvario». Fino all’incontro con l’esercito americano. E la scoperta di essere liberi. Da lì parte il cammino verso casa. Dove Silvino riprende subito il suo lavoro «a cui dedicai con la mia famiglia tutti i giorni della settimana». Pesando i momenti belli e quelli brutti. Con la sua bilancia di ferro.

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto