Si è riaperta la rotta friulana per l’ingresso dei clandestini

PORDENONE. L’immigrazione clandestina, in Europa, ha due canali d’accesso storici. La rotta dal Nord Africa all’Italia meridionale, e il transito per il Friuli Venezia Giulia. Qui negli ultimi anni si era ridotta, ma ora sta aumentando. Ne parlerà oggi a Pordenone la studiosa triestina Desirée Pangerc, fellow del britannico Royal Anthropogical Institute e autrice di Il traffico degli invisibili – Migrazioni illegali lungo le rotte balcaniche”, recentemente edito da Bonanno.
L’incontro si svolge nel quadro di Aftermath, mostra sulle tendenze della fotografia postjugoslava tra il 1991 e il 2011, centosessanta immagini in rappresentanza di Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro Macedonia, Kosovo, Bosnia e Erzegovina. Proprio verso quest’ultima si è mossa la ricerca della Pangerc, che ha percorso, a ritroso, il cammino dei migranti clandestini.
Quasi due milioni e mezzo trafficati, per 32 miliardi di dollari, secondo l’ultimo rapporto Onu. Quanti potrebbero essere passati di qui?
Impossibile dirlo. I rapporti ufficiali parlano di centinaia di persone, ma sono la punta dell’iceberg. Solo con l’Operazione Oriente 1, il procuratore Nicola Maria Pace aveva accertato che le triadi avevano fatto transitare qui quattromila cinesi in nove mesi.
Il fenomeno è stabile?
Era diminuito, grazie al lavoro incrociato delle procure. Il Friuli Venezia Giulia non era più la Porta d’Oriente, anche se rimaneva un’area di reinvestimenti. Ma da poco c’è una ripresa, causa la mancanza di risorse sul fronte della repressione e della prevenzione. Crescono i traffici terrestri, meno pericolosi e meno “visibili” rispetto a quelli via mare. Quindi tra Tarvisio e Trieste.
Qualcuno sostiene che il flusso si è invertito. Che gli immigrati se ne vanno perché qui il lavoro non si trova più…
Di casi ce ne sono. Ma parliamo di persone in regola, o comunque libere. L’human trafficking, stando all’Onu, è all’80% una realtà di sfruttamento, senza scelta. Sfruttamento sessuale, lavorativo, legato all’attività criminale. Ci sono i clandestini da sopprimere per espiantarne gli organi. E l’argati, schiavismo a tempo, di minorenni, che nell’Albania rurale è codificato dal kanun.
La mafia italiana è attiva, nel settore della tratta?
Si dice che per il suo codice d’onore non se ne occupi. Però poi lavora con il riciclaggio dei proventi e con la prostituzione.
Lei ha scritto che nei Balcani sono coinvolte non solo le organizzazioni criminali, ma anche famiglie normali.
E’ vero. A Kumanovo, una cittadina della Macedonia, praticamente tutti si dedicavano al traffico di donne. In Erzegovina ho conosciuto il caso di una madre di due figli che ha investito i suoi risparmi nell’acquisto di tre ragazze. Passate più volte di mano, sfiorite, quindi molto deprezzate rispetto alla quotazione media, che era di 1500 dollari.
Cosa si può fare, per combattere questa piaga?
Sul fronte della repressione, utilizzare il “modello italiano”, che differenzia i flussi in base alle etnie e al reclutamento. Su quello della prevenzione, sensibilizzando le potenziali vittime, che sono prive della crime perception.
Gli sembra solo un affare.
Con interessi convergenti: io pago, tu mi porti. Ma c’è un’enorme assimmetria tra chi chiede e chi offre; di qui le frequenti riduzioni in schiavitù. Occorre anche un’altra cosa, avere sul campo analisti che verifichino come stanno davvero le cose. Perché l’Human traffick report del Dipartimento di Stato Usa ha promosso, come virtuosi, tutti i paesi balcanici, perché le loro leggi sono a posto. La realtà però è completamente diversa: si tratta di Stati destrutturati, il cui potere centrale è in balia delle lobby e delle organizzazioni criminali. Per questo l’integrazione dei Balcani nell’Ue andrebbe ponderata bene.
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