Sgorlon: sentii la ferita del popolo friulano

Il terremoto 40 anni dopo. La testimonianza dello scrittore che descrisse il Friuli prima e dopo il sisma

UDINE. Non viveva a Cassacco, il luogo dove era nato, ma, quando vide il Friuli flagellato dal terremoto, lo scrittore Carlo Sgorlon iniziò a «sentire la grande ferita che il popolo friulano aveva subìto, perché era vastissima, ma anche per il fatto che per esso la casa è il possesso più caro, circondato da infiniti mantelli affettivi, al centro dei suoi pensieri e del suo sistema esistenziale».

Fu lo stesso scrittore, paragonato non a caso al “cantore del Friuli”, a raccontare sulle pagine de “Il terremoto nel Friuli collinare” cosa provò quella notte quando lui e la moglie arrivarono a Raspano e trovarono crollata buona parte del casale contadino.

«La perdita da me subita era nulla in rapporto a quella toccata a coloro che avevano salvato la vita in circostanze fortunate» aggiunse Sgorlon che, qualche anno più tardi, come ricorda l’ex sindaco Giorgio Baiutti, donò a una famiglia terremotata il premio che si era aggiudicato.

Sgarlon descrisse il Friuli prima e dopo il terremoto. Da entrambi i versanti evidenziò l’attaccamento alla casa dei friulani.

A questo affetto Sgorlon legava la tragedia provocata dal terremoto alla quale dedicò diverse pagine del romanzo “La carrozza di rame”.

Era come se alle famiglie fossero state strappate le radici ramificate dentro i focolari. Simbolicamente le case, sempre secondo lo scrittore, rappresentavano il luogo dove i friulani si erano rifugiati per contrastare gli invasori.

«Ma anche il luogo di riparo per le asprezze del clima». Paragonava la casa a una sorta di «chiesa privata».

In quei giorni lo scrittore tornava nella sua Raspano: «Gli abitanti mi vedevano volentieri - scrisse -. Non ero né alpino nè muratore, ma in qualche modo li aiutavo anch’io. Scrivevo articoli intorno al terremoto e le sue conseguenze su giornali, settimanali, rotocalchi. Arrivavo lì con le troupes della televisione, che veniva a documentare la catastrofe friulana e a testimoniare come le situazioni si evolvevano. I paesani vedevano in me qualcuno che li sosteneva, li aiutava come poteva».

Accompagnò sui luoghi del disastro anche il giornalista e direttore de “Il Giornale”, Indro Montanelli, giunto nella zona terremotata per raccontare quel dramma.

E il 15 settembre era ancora lì, in mezzo alla sua gente. «Vidi le montagne crollare - concluse - i tralicci col “delirium tremens”, gli alberi ubriachi, le case con la febbre».

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