Sequestri ai cantieri di Monfalcone: 5 mila operai a casa. Squinzi: "E' un altro caso Ilva"

Operazione dei carabinieridi Udine su mandato del tribunale di Gorizia. Le aree sottoposte al sequestro sono “destinate alla selezione dei residui di lavorazione, strategiche per il regolare svolgimento del ciclo produttivo”
Bonaventura Monfalcone-30.06.2015 Chiusura Fincantieri-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura
Bonaventura Monfalcone-30.06.2015 Chiusura Fincantieri-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura

UDINE. Cancelli chiusi, martedì mattina,  allo stabilimento Fincantieri di Monfalcone. Fuori sono rimasti i circa mille e 500 dipendenti diretti e altri 3 mila addetto alle dipendenze di aziende che lavorano in cantiere con contratti di appalto, e pure le merci che avrebbero dovuto essere impiegate nell’attività di costruzione delle navi.

Questa la conseguenza immediata del provvedimento di sequestro preventivo, notificato al colosso della meccanica navale italiana lunedì, delle aree di stoccaggio del materiale di scarto delle lavorazioni.

E sta proprio qui il nodo della questione che vede contrapposti Fincantieri da un lato e magistratura dall’altro: nell’interpretazione della normativa in vigore in tema di rifiuti.

Il sequestro

Lunedì il Noe, Nucleo operativo ecologico di Udine dei carabinieri, ha dato corso al provvedimento di sequestro disposto dal tribunale di Gorizia di alcune aree dello stabilimento di Monfalcone in cui vengono depositati i residui di lavorazione non tossici (scarti di lamiere, stridi ferrosi, materiale per isolare, parti di tubi, plastica per copertura di ambienti di lavorazione, avanzi di moquette ecc).

La richiesta di sequestro si inserisce nell’ambito di un’indagine avviata nel maggio del 2013, ed era stata già respinta dal Gip di Gorizia e in seguito dal tribunale in sede di appello.

A quel diniego la procura ha presentato ricorso per Cassazione, quest’ultimo accolto, e la questione è ritornata ai magistrati goriziani che hanno disposto la misura cautelare.

Coinvolti nell’indagine l’ex direttore di Monfalcone, Carlo De Marco, e i titolari di 6 aziende che lavorano all’interno del cantiere Nella Dosso, 55 anni, titolare della “Pulitecnica friulana” di Udine, Valter Radin, 59 anni, della “Petrol Lavori” di San Dorligo della Valle, Romeo Ronco, 69 anni, della “Marinoni” di Genova, Francois Marcel Gaston Avon, 58 anni, della “Carboline Italia”, Corrado Annis, 48enne “Sirn” di Trieste e Fabio Bianchi, 49 anni, della “Savi” di Genova.

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Il blocco

Non avendo a disposizione le aree in cui procedere allo stoccaggio dei materiali di scarto, l’azienda è stata costretta a chiudere lo stabilimento con il conseguente blocco dell’accesso agli addetti e delle merci.

L’accusa

L’accusa mossa a Fincantieri e agli altri imprenditori è quella di stoccare e gestire rifiuti prodotti da terzi senza autorizzazione. Questo sarebbe vero se venissero ammassati e lavorati residui provenienti da altri siti e diversi proprietari, ma così - è la posizione dell’azienda - non è.

Fincantieri è infatti a tutti gli effetti proprietaria e produttore del rifiuto, e quindi esente dall’obbligo di richiedere autorizzazioni per la loro lavorazione (che non fa), al pari di quel che accade - sulla base della normativa comunitaria recepita dall’Italia - in tutti gli stabilimenti, in Italia e all’estero, nei quali ci si avvale di imprese appaltatrici anche al di fuori del settore navalmeccanico.

Impossibile sarebbe poi eseguire le operazioni di controllo e suddivisione dei residui di lavorazione a bordo delle navi; l’operazione avviene nelle aree destinate allo stoccaggio e appositamente attrezzate. Qui i materiali eccedenti vengono raccolti, raggruppati e classificati quindi inviati a smaltimento.

Questa attività - svolta con le stesse modalità in tutti gli stabilimenti del Gruppo in Italia - viene regolata da una procedura interna molto dettagliata e costituisce l’unico sistema idoneo a soddisfare le esigenze delle norme, quelle della situazione concreta che caratterizza l’attività della costruzione navale, quelle della sicurezza del personale e quelle dell’ambiente.

La richiesta

«È auspicabile - fa sapere l’azienda - un intervento normativo immediato che provveda a chiarire che tutti i materiali derivanti dalle attività lavorative prodotti da appaltatori, subappaltatori e lavoratori autonomi nell’ambito delle attività svolte all’interno di uno stabilimento industriale per la realizzazione di un bene, si considerino prodotti dal soggetto committente che ha la disponibilità giuridica dell’area e nel cui interesse sono svolte le lavorazioni».

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