Sempre meno figli in Friuli, c'è una generazione che ha paura di amare

UDINE. Dai, ammettiamolo, fuori dai denti e senza troppo politically correct: i figli sono una rottura di balle. I figli ti costringono a ridisegnare completamente la tua vita, a cambiare i tuoi tempi, a rimpicciolire fino a dimensioni microscopiche le tue libertà, a mettere in cantina viaggi, idee, sogni, progetti. In una parola: a ridimensionare il tuo ego.
E poi diciamolo: i figli costano. Fatica, impegno e soldi. Avete idea di cosa vuol dire aspirare il muco nasale dal naso di un bambino di otto mesi? Io sì, e ve lo posso dire perché lo faccio quasi tutti i giorni: può essere molto, molto dura.
I figli richiedono uno spirito di abnegazione e una pazienza che noialtri, nati fra i settanta e gli ottanta, non ci aspettavamo di dover usare mai. Non ci hanno avvisato, non ci hanno abituato. Noi siamo i figli degli anni della Milano da bere, noi siamo i primi in ordine di tempo cresciuti a pane e televisione, noi siamo stati educati in egual misura da mamma, papà e Cristina D’Avena.
Noi siamo quelli che, una volta fatti grandi, hanno portato il giovanilismo a non essere più, com’era un tempo, un segno di rincretinimento senile, ma un pregio. Un vanto. La sindrome di Peter Pan è una cosa carina, simpatica, che fa sorridere.
E così siamo arrivati alla situazione tragicomica per cui i quaranta sono non più i nuovi trenta, ma i nuovi venti. Eterni Dorian Gray, lasciamo che a invecchiare sia il quadro, cioè la carta d’identità, il segno anagrafico, ma qua fuori, nella nostra vita, perpetuiamo il sogno di una giovinezza che non finisca, che si protragga all’infinito, anche dopo che arrivano i primi inequivocabili segnali dalla prostata e dai dolori cervicali.
Perché è vero, eccome se è vero, che la società non ti aiuta, che per una donna non impiegata nel pubblico fare un figlio spesso è un’equazione che sta a significare perdere il lavoro, e che per una famiglia fare progetti a lungo termine è quasi un atto sconsiderato, dato che nel lavoro il “lungo termine” ormai è considerato dopodomani: ma una verità che pochi miei coetanei ammetteranno è che molti di noi i figli proprio non li vogliono fare.
Un pensiero che scorre sotterraneo, comune a moltissimi della mia generazione, è che ci sia ancora molto da fare, che ci siano ancora tanti troppi “dies da carpere”, giorni e attimi da cogliere, per evitare il pericolo di vivere poi di rimpianti e magari di riversarli sui figli.
Ci sembra sempre di non aver vissuto abbastanza, di non aver viaggiato abbastanza, e quindi anche se i nostri anni finiscono con “anta” la sensazione è che sia sempre ancora troppo presto per simili decisioni, che in qualche modo intravediamo nel nostro futuro ma che proseguiamo a procrastinare.
Poi, certo, ci sono anche quelli che i figli li vorrebbero, e li farebbero subito se solo potessero, ma non possono. Però ci sono anche molti altri che potrebbero ma, almeno per il momento, non ci pensano proprio. Perché hanno qualche amico con figli e quando ci sono andati a cena insieme dentro di sé hanno pensato «Ah no, non se ne parla neanche, almeno per ora».
Perché hanno visto quanto può essere dura, quante rughe d’espressione ti arrivano gratis già al secondo minuto di paternità e maternità, quanto il prezzo insomma sia doversi impantofolare e diventare improvvisamente più vecchi.
Quello che forse non hanno potuto vedere, è quanto fare un figlio lo valga, questo prezzo. Quanto quella che sembra “una rottura di balle” sia, in realtà, un viaggio meraviglioso dentro il vero significato della parola amore. E la paura di amare è, alla fine, il più potente contraccettivo.
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