Scoppia la bagarre in Consiglio regionale: affossata la legge elettorale

Il centrosinistra non ha i voti, opposizioni compatte. Salta anche la preferenza di genere

UDINE. La legge elettorale si schianta sui numeri. Il centrosinistra non riesce a recuperare i dissidenti Mauro Travanut (Mdp) e Stefano Pustetto (Misto), Enzo Marsilio (Pd) resta in missione istituzionale, centrodestra e M5s votano compatti contro il testo finale – come ampiamente previsto – e così il conto dei favorevoli si ferma a 23 voti, due in meno di quelli che lo Statuto impone come soglia minima per modificare la legge elettorale vigente.

La manovra estiva passa tra urla e scontri in Aula


Tutto come prima

Niente cancellazione dell’incandidabilità dei sindaci, resta la preferenza unica – con una scelta che Debora Serracchiani ha definito come figlia di «una società dove c'è un approccio culturale sbagliato e per questo accetto che per le donne ci sia un aiutino» – e il limite di tre mandati per i consiglieri regionali, ridotto a due per gli assessori.

Nulla da fare, poi, per le modifiche del collegio di Tolmezzo – che continuerà a eleggere tre candidati –, per le modifiche delle tempistiche necessarie a evitare l’incandidabilità, così come la porta resta sbarrata a tutti i candidati presidenti che arriveranno dal terzo posto in giù.

Nella prossima primavera, dunque, il Fvg andrà al voto con le stesse regole del gioco con cui sono stati eletti Renzo Tondo nel 2008 e – pur con un numero di consiglieri inferiore – Debora Serracchiani nel 2013.

Muro contro muro

Il centrosinistra, dopo il vertice della mattinata con la presidente, ha scelto la linea dura. Presentandosi in Aula, cioè, con il testo approvato in Commissione, modificato giovedì pomeriggio dall’emendamento che garantiva il “liberi tutti” ai sindaci, nonostante Pd, Cittadini ed ex Sel sapessero di non essere autosufficienti, per gettare le carte sul tavolo.

La mossa politica, in estrema sintesi, è stata quella di provare a ribaltare il tavolo dicendo al centrodestra: noi apriamo a tutti i primi cittadini e voi, se non votate la riforma, vi prendete la responsabilità di andare dai vostri sindaci (sopra i 3 mila abitanti) a spiegare che si devono dimettere per entrare in lista nel 2018.

Nulla da fare perché Fi, Ar, Ap, Lega, Claudio Violino e pure i grillini non hanno aperto nei confronti della maggioranza. Votando, cioè, sì ad alcuni passaggi dell’articolato – oltre a presentare una propria modifica che apriva a tutti i primi cittadini –, ma non a favore del testo finale.

Perchè, è la teoria, conteneva pure il limite dei 10 anni per i consiglieri mentre il centrodestra in maniera unitaria chiedeva l’unificazione di tutti – sindaci compresi – a tre legislature oltre a sottolineare come, a dire dei conservatori, le regole del gioco non si cambiano a meno di un anno dal voto.

Bagarre e tensione

Una votazione, quella finale, arrivata al termine di un pomeriggio di tensione in cui il clima da campagna elettorale si è sentito (pesantemente) a piazza Oberdan. Tra centrosinistra e centrodestra sono volati gli stracci mano a mano che procedeva la discussione sui singoli articoli.

In casa Pd sono stati soprattutto il capogruppo Diego Moretti e Vincenzo Martines a puntare il dito contro l’opposizione sostenendo come «il Consiglio è sacro e d’ora in avanti ognuno si prenderà la responsabilità di quello che decide».

Un tema simile a quello sostenuto dall’assessore Cristiano Shaurli. «La maggioranza ha presentato una proposta alta e chiara – ha detto –, che rispondeva alle richieste dei territori e degli amministratori a favore del ricambio, dei limiti chiari di mandato, dell'ingresso delle donne in politica.

A tutto questo le opposizioni hanno detto no. E di questo, se ne assumono la responsabilità piena, in primo luogo verso le donne e verso quei sindaci di qualsiasi colore politico cui viene impedito di candidarsi. La maggioranza è stata compatta al momento del voto, ma ha prevalso la contrapposizione e la volontà di conservare una rendita di posizione e come è giusto ognuno ora se ne assuma la responsabilità».

Dall’altra parte della barricata, invece, le repliche sono state tra le più varie: dall’approssimazione, alla mancata discussione approfondita in Commissione, passando per la volontà di varare una legge elettorale pensata su misura soltanto per alcuni sindaci. Con la chiosa, finale, di Luca Ciriani (Fdi).

«Questa riforma – ha detto – è stata cucita all’interno del Pd per le esigenze dei dem. Per cui se la voti la maggioranza, sempre che abbia i numeri per poterla approvare. Noi non faremo la stampella del centrosinistra».

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