Safilo, l’ad: «Indietro non si torna, non abbiamo abbastanza ordini»

UDINE. «Ho preso l’impegno a non mandare alcuna lettera di licenziamento fino a gennaio e intendo rispettare quella promessa. Così come ribadisco ai sindacati che sono disponibile a incontrarli in qualsiasi momento, non però a cambiare idea sulle decisioni già prese».
Paola dell’amministratore delegato di Safilo, Angelo Trocchia, che all’indomani del massiccio sciopero degli stabilimenti friulani e veneti del gruppo dell’occhiale si dice disposto anche subito a intavolare un confronto, non invece a fare dietrofront sulla chiusura dello stabilimento di Martignacco e il ridimensionamento di quello a Longarone, entrambi colpiti duramente dal piano industriale approvato dal Cda del gruppo che porta in dote 700 esuberi, 235 dei quali in Friuli.
«Una decisione difficile», nondimeno indispensabile per assicurare un futuro a Safilo ci ha spiegato ieri Trocchia al telefono partendo da una premessa: «Non stiamo portando nessun pezzo di occhiale fuori dall’Italia. Anzi, semmai l’operazione è stata contraria: quest’anno abbiamo preso produzioni realizzate presso terzisti e le abbiamo portate in casa. Detto questo, il problema purtroppo è che perdiamo volumi e non per nostra scelta».
Colpa dell’addio di Lvmh...
«Il gruppo del lusso ha scelto di internalizzare l’eyewear che per noi vale il 50% delle ore lavorate negli stabilimenti italiani, un numero enorme che non riusciamo a bilanciare. Ci abbiamo provato, abbiamo acquisito nuove licenze, la quota parte di Boss e Missoni in questo senso aiuta, ma stiamo parlando di ordini di grandezza molto diversi».
Il risultato sono 700 esuberi e un sito destinato a chiudere. Perché Martignacco?
«Siamo molto dispiaciuti e capiamo bene i sentimenti degli operai, ma c’è un tema tecnologico dietro questa scelta. I volumi che ci rimangono necessitano della tecnologia del metallo, della galvanica, della verniciatura, presenti a Longarone, non a Martignacco».
Nonostante questo Longarone pagherà comunque un alto prezzo, il più alto in termini di licenziamenti.
«Metà dei nostri volumi si sposteranno dall’altra “parte della strada”, dal nostro sito a quello di Thélios, e come ho detto non abbiamo licenze che compensino la perdita, per questo siamo costretti a intervenire sulla forza lavoro».
I dipendenti chiedono l’attivazione del contratto di solidarietà. È una via praticabile?
«In questo momento no, il vuoto di volumi è talmente ampio da non lasciarci alternative. Ripeto, dietro alla nostra scelta sta quella di Lvmh. Abbiamo fatto il possibile nei mesi scorsi per far fronte al calo, cercando licenze del lusso che potessero risarcirci delle perdite, ma la verità, benché amara, è che l’impatto della fuoriuscita di Dior e Fendi per noi è enorme».
Il sindacato teme una sua fuga in avanti rispetto all’invio delle lettere di licenziamento. Timore fondato?
«No, non lo è. E credo di aver dimostrato la massima disponibilità a confrontarmi con le parti sociali. Lo dimostra il fatto che finito alle 14 il consiglio di amministrazione a Milano, ho preso la macchina e sono andato a Padova dove sono rimasto con i sindacati dalle 17.45 alle 20. Visto l’argomento così importante non ho voluto sottrarmi e intendo continuare su questa strada: c’è assoluta apertura da parte nostra a parlare con i sindacati. Non c’è bisogno di aspettare il 7 gennaio».
Salvo anticipi, da cronoprogramma quel giorno incontrerà le parti sociali. A quanto invece la chiusura del sito friulano?
«Non chiuderò i cancelli e non manderò nessuna lettera prima d’incontrare a gennaio i sindacati, ma ripeto: purtroppo non abbiamo più i volumi che nel caso di Martignacco verranno a mancare già con l’inizio dell’anno prossimo».
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