Un ricovero fuori dall’ordinario, in carriola. Correva il 1973 a Cordenons
Un ricovero fuori dall’ordinario, in carriola. Correva il 1973 a Cordenons

I giri in bici e i ricoveri in carriola: mio padre, le storie e i ricordi dei tempi dell’Austerity

Con il caro energia che incombe, vale la pena ripercorrere quel periodo. La crisi petrolifera fece scattare nel 1973 i divieti domenicali. Anche per i fratturati, come a Cordenons

Odette Copat

È uscito qualche giorno fa, sulle pagine del Messaggero Veneto, un articolo di Susanna Salvador dedicato all’appello di una pendolare pordenonese, Grazia Pizzetti, sull’utilità di condividere l’auto anche per spostamenti relativamente piccoli, ma capaci comunque, visto l’attuale costo del gasolio, di pesare sul bilancio familiare.

Un modo anche per fare comunità, e stringere nuove reti amicali.

Proprio il riferimento alla comunità e alla vita di paese, mi ha fatto tornare in mente l’altro momento in cui il Paese, quello con la P maiuscola, si è trovato a fare i conti con uno shock petrolifero che ha modificato le abitudini degli italiani. Sono perciò corsa a interrogare mio padre, classe 1948, per chiedergli cosa si ricordasse dell’Austerity del ’73, quando la crisi energetica indusse il governo a misure drastiche, come la chiusura anticipata di bar, ristoranti e trasmissioni televisive, la riduzione dell’illuminazione stradale e il divieto di circolare in auto la domenica.

«Ballando con tua mamma nel garage di amici mi sono fratturato un piede», mi ha detto lui. «Gli amici, un po’ brilli, mi hanno portato da Cordenons al pronto soccorso di Pordenone in carriola... Devono esserci anche le foto da qualche parte». Le abbiamo cercate e sì, c’erano. Una la vedete qui.

E poi? Ho insistito.

«Si era costretti a girare molto di più a piedi, e improvvisamente si sentivano gli odori dei posti. Quelli a cui, spostandosi in auto, non si faceva più caso». Da quello delle mucche nei cortili, al profumo dell’erba, all’aroma di polenta che usciva dalle finestre delle case.

Che tra i ricordi che mio padre, artigiano pragmatico, conserva più vividamente di quel momento di privazione vi sia qualcosa di poetico e impalpabile come l’odore dell’erba è una di quelle piccole luminose madeleine capaci di emozionarmi. Inducendomi a riflettere su come ogni sottrazione sia anche, al contempo, una moltiplicazione. Tolto un senso, se ne guadagna un altro.

Ho poi interrogato anche il mio babbo (siamo una famiglia allargata, ci sono pa’e ba’), il quale si è ricordato che per continuare ad ascoltare musica viaggiando, girava con un mangiadischi 45 giri sulla spalla (il suo amico con una scimmia, ma questa è un’altra storia). Le canzoni? Quelle di Lucio Battisti, Salvatore Adamo, Bobby Solo, Little Tony, Rita Pavone…

Austerity sì, insomma, ma non nella voglia di cantare e ballare della gente, tra mezzi di trasporto improvvisati e autoradio viventi.

Il cugino dritto di mia madre mi ha raccontato anche di come le restrizioni avessero spinto le persone a riscoprire il tempo in famiglia. «Con tuo nonno trascorrevamo parte della domenica a giocare con le monetine. Dal lancio dello spicciolo al testa e croce era battaglia all’ultimo tiro. È stato un momento in cui si ritrovava la bellezza dello stare insieme, quella che forse adesso si è un po’ persa».

Penso che qualcosa di simile noi tutti lo abbiamo vissuto durante il periodo del Covid, con la differenza che non ci si poteva spostare proprio, né frequentarsi se non fra congiunti più stretti.

Visto quel che ne è seguito, in molti abbiamo smesso di credere che dai momenti di crisi se ne esca migliori.

Tuttavia possiamo tentare di esserlo nel mentre.

 

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