Quelle minacce alle madri: «Ti farò togliere il bimbo»

UDINE. «Non sei una brava mamma». E poi la minaccia: «Ti faccio togliere il bambino». Questo, in sintesi, il tenore delle frasi che sarebbero state rivolte ad alcune delle ospiti del Centro antiviolenza “Iotunoivoidonne insieme” stando alle dichiarazioni raccolte degli inquirenti.
Nove le donne e i bambini che dichiarano di aver subito maltrattamenti. Complessa la realtà che sta affiorando nel corso delle indagini condotte dal personale della Squadra mobile della questura di Udine coordinato dal vicequestore aggiunto Massimiliano Ortolan nell’ambito dell’inchiesta per maltrattamenti in famiglia avviata dalla Procura delle Repubblica di Udine che vede indagata la presidente dell’associazione Eleonora Baldacci di 72 anni.
Il corposo fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Claudia Danelon. È stato aperto nel dicembre scorso, quando sulla scia di alcune segnalazioni che riguardavano il Centro antiviolenza di Udine e la presidente, sono iniziate le indagini. Per quattro mesi gli inquirenti hanno raccolto testimonianze sentendo molte delle donne, sole o con bambini, che si erano rifugiate nel Centro per fuggire a un compagno violento e aggressivo. Stando alle prime ricostruzioni, all’interno del Centro vigeva una disciplina rigorosa che gli ospiti, donne o bambini che fossero, dovevano osservare. È per convincerli a farlo, stando a quanto emerge dalle indagini, sarebbero anche state usate offese, minacce, umiliazioni e ritorsioni.
Sarebbero bastati i capricci di un bambino per innestare minacce, come quella di essere allontanato dalla madre, o punizioni. I bambini che disobbedivano sarebbero stati presi per il colletto, alzati di peso, messi con la testa sotto il rubinetto dell’acqua fredda e costretti a mangiare anche se avevano appena vomitato. In almeno cinque casi sarebbe stata versata acqua in testa agli indisciplinati.
A suscitare una dura reazione nei confronti delle donne poi, a volte apostrofate poco rispettosamente davanti ai propri figli di tre o quattro anni, sarebbe bastata l’inosservanza di una norma del Centro o il danneggiamento di una pianta. In ogni caso, su queste donne incuteva costantemente il timore di perdere la tutela dei figli. Una paura alimentata dal fatto che ogni singola violazione alle regole del Centro, annotata dalla presidente, rischiava poi di influire sulla relazione che puntualmente veniva inviata ai Servizi sociali o al Tribunale dei minori.
Questo il quadro che è stato prospettato al giudice per le indagini preliminari lo scorso 1 aprile, quando il pubblico ministero ha chiesto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari o del divieto di avvicinamento nei luoghi frequentati dalle parti offese nei confronti della Baldacci. Veniva anche proposta la sospensione dall’esercizio di pubblico servizio vista la sussistenza di gravi indizi sul reato di maltrattamenti in famiglia ai danni delle donne ospiti dell’Associazione e dei loro figli. Per il giudice, che ha respinto la richiesta di applicazione della misura cautelare con un provvedimento confermato dal Riesame, certi comportamenti possono essere ritenuti «eccessivi» eppure, sempre che si rientri nell’ambito penalmente rilevante, il giudice ha ritenuto che in quelle condotte non si configurassero gli estremi del reato di maltrattamento in famiglia ma, al massimo, quello di «abuso di mezzi di correzione» che non consente l’applicazione della misura cautelare.
Per il giudice non vi sarebbe stata dunque nessuna «casa degli orrori», nè tanto meno la sua dirigente sarebbe stata una «aguzzina».
A breve sarà il magistrato titolare del fascicolo a dover decidere se archiviare le accuse o formulare una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti della donna.
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